E di nuovo lotta alla zanzara tigre

Prima di dare qualche utile consiglio, dobbiamo parlare del virus trasmesso dalla zanzara tigre. In Europa la zanzara tigre (Aedes Albopictus), vettore dell’infezione, è ampiamente diffusa in particolare nelle aree costiere del Mediterraneo. Molti sono  ormai i casi trasmessi dal virus chikungunya segnalati anche in Italia. La possibilità di trasmettere l’infezione da parte della zanzara tigre è legata alle caratteristiche climatiche, alla densità di popolazione suscettibile e ai flussi migratori, data da persone asintomatiche o sintomatiche che hanno contratto la malattia in altri luoghi. In molti Paesi europei la febbre chikungunya è stata diagnosticata a viaggiatori provenienti da aree epidemiche, ma la trasmissione in loco da parte delle zanzare non era mai stata riportata. Il rischio, al momento attuale, è comunque considerato limitato a piccole aree, soprattutto nelle nazioni dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia.

In Italia nel 2007, la regione Emilia Romagna per prima ha notificato un focolaio epidemico di casi d’infezione virale, trasmessa da insetti, nella provincia di Ravenna. E’ stato poi tempestivamente confermato che i casi sono stati causati da infezione da virus chikungunya. I casi riportati furono in totale 197. N. 2 casi di malattia sono stati inoltre segnalati, tempestivamente, dalla Regione Lombardia, in soggetti che avevano soggiornato nelle suddette aree. Inoltre, il virus chikungunya è stato ritrovato nella zanzara Aedes albopictus. Ricordiamo appena che nell’agosto 2017 sono stati segnalati e denunciati tre casi accertati di Chikungunja nel comune di Anzio, in provincia di Roma. Sono state trovate alcune zanzare infette, ed i focolai sono stati immediatamente bonificati. Il focolaio sembra essere costituito da casi sporadici.

Ciclo vitale: Diverse sono le specie di zanzare coinvolte nella trasmissione nella diffusione e nel mantenimento del virus chikungunya (CHIKV) in natura. I vettori specifici sono la Aedes, Aegypti e Polynesiensis, nelle epidemie urbane con principale serbatoio umano. La Aedes Albopictus è conosciuta in Europa come ‘zanzara tigre’, La trasmissione verticale (da zanzara madre alla larva/ figlia) del virus chikungunja è presente e dimostrata in Aedes  Aegypti, Africanus ed altri…, anche per altri virus quali Dengue o Zika, e questo è uno dei motivi del mantenimento della trasmissione della malattia nei territori coinvolti. La vita della zanzara della CHIKV è stimata tra 15 e 30 giorni. Il tempo di replicazione del virus nelle ghiandole salivari della zanzara è di circa 10 giorni. Questi dati confermano la possibilità dello sviluppo di una popolazione di zanzare infette in un ambiente favorevole. Una volta inoculato il virus dalla zanzara all’uomo, e passata la barriera cutanea e dermica indenne, la viremia, la presenza del virus nel sangue, dura tra i 3 ed i 10 giorni, periodo immediatamente precedente l’inizio dei sintomi, fino al 5° giorno in cui il paziente è sintomatico. Durante questo periodo la zanzara ha possibilità di contagiarsi ed innescare nuovamente il processo. Si ribadisce che l’uomo portatore sano, che non manifesta i sintomi, può infettare una zanzara che punge, in fase di viremia.

Sintomatologia: nella prima fase della malattia manifesta, che dura dai 6 ai 10 giorni, si presentano febbre generalmente elevata, cefalea persistente e importanti artralgie e dolori muscolari, che limitano molto i movimenti. Il dolore diffuso e l’infiammazione delle articolazioni rendono i pazienti immobili, in posizione antalgica. La febbre si risolve dopo 3-7 giorni dall’esordio. Nella seconda fase della malattia, di 2-3 giorni, si presenta sporadicamente la comparsa di un esantema maculo-papulare pruriginoso su tutto il corpo ed un secondo picco febbrile.   Complicanze: (1) Occasionalmente in questa fase possono aversi manifestazioni neurologiche, soprattutto nei bimbi piccoli (convulsioni), ma nel complesso il virus è poco o per nulla neurotropo. (2) Raramente miocarditi e scompenso cardiaco acuto secondario. (3) Le rare complicanze emorragiche si registrano soprattutto nelle epidemie asiatiche, ma non sono mai gravi come nella dengue: possono comparire petecchie, ma mai importanti sanguinamenti. (4) Più gravi sono la meningoencefalite e lo shock settico da coagulazione vasale disseminata (CID). La malattia ha generalmente un decorso benigno, si autolimita, la mortalità è bassa (0.4%), ma può essere fatale, particolarmente in soggetti debilitati con sottostanti patologie di base (pazienti oncologici, trapiantati, pazienti affetti da malattie croniche quali broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatie, diabete).

La malattia si risolve spontaneamente, ma i dolori articolari possono persistere per mesi. E’ essenziale un trattamento di supporto per il dolore e per la riduzione della infiammazione. La reidratazione, possibilmente infusiva con supporti di sostegno. L’utilizzo di antinfiammatori e di glutatione si è dimostrato utile per accelerare la fase di ripresa. Non sono state identificate terapie antivirali efficaci. La prevenzione è legata alla comuni misure comportamentali, • evitare l’uso di profumi che possono attirare gli insetti; • alloggiare in stanze dotate di impianto di condizionamento d’aria o in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre, curando che queste siano tenute in ordine e siano chiuse; usare prodotti repellenti, come l’Olio DI “NEEM COMPOSITUM” formulazione umana a base di “azadiracta indica” e “corymbia citrodora” per la protezione dalla puntura delle zanzare.

Trattamento: per il momento non esistono antivirali specifici ed efficaci per il trattamento contro il virus della febbre chikungunya. Quindi il virus non può essere attaccato direttamente, ma viene lentamente eliminato dalle difese naturali messe in campo dall’organismo. Perciò la terapia è prettamente sintomatica, Una azione terapeutica importante consiste nella infusione di liquidi. Opportune infondere soluzione fisiologica ed anche reintegro di sali e lattato. Nella pratica clinica abbiamo da tempo osservato che infondere i farmaci con abbondanti liquidi favorisce e velocizza la diminuzione di febbre e dolore, e soprattutto aiuta la ripresa energetica dell’organismo.

Diagnosi: i metodi per la diagnosi di CHIKV possono essere sierologici o molecolari. Non esistono, al momento attuale, kit commerciali per diagnosi di febbre chikungunya e l’allestimento dei test sierologici deve avvenire in un laboratorio a livello di biosicurezza 3 (BSL 3) dal momento che è necessario coltivare il virus. A) Saggi sierologici I test utilizzati per la diagnosi sierologica sono l’inibizione dell’emoagglutinazione (HI) e la neutralizzazione. Questi test misurano il titolo anticorpale, ma non permettono di differenziare gli anticorpi di tipo IgG da quelli di tipo IgM (indice di una infezione recente). Tecniche come l’ELISA o l’Immunofluorescenza (IFA) consentono di distinguere le classi di anticorpi e di definire un profilo anticorpale sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, permettendo di effettuare diagnosi anche in quei casi nei quali sia disponibile un solo campione di siero. B) Metodi molecolari Real time PCR, RT-PCR, Nested-PCR: sul sangue del paziente può essere eseguita la ricerca dell’acido nucleico virale, mediante l’utilizzo di primer specifici che individuino una regione conservata del genoma virale. Tali tecniche sono necessariamente allestite con reagenti preparati in laboratorio, data la mancanza di kit commerciali, e necessitano di una standardizzazione del metodo.

I Dipartimenti di Sanità Pubblica dellaAASSLL  di molte regioni tra cui L’Emilia-Romagna e il Lazio, stanno pianificando le attività  nei rispettivi territori di competenza rivolto al controllo degli organismi infestanti e potenziali vettori di arbovirosi. La pianificazione prevede 1) la valutazione e gestione locale del rischio sanitario da arbovirosi; 2) l’organizzazione locale del sistema di monitoraggio con ovitrappole; 3) il supporto al controllo di qualità dei trattamenti larvicidi su suolo pubblico; 4) la collaborazione con i Comuni per la definizione delle modalità di prevenzione e disinfestazione negli spazi privati, nei condomini etc.

La programmazione, l’esecuzione e la valutazione degli interventi di controllo dei potenziali vettori  sono disposti e adattati localmente dai Dipartimenti di Sanità Pubblica delle AUSL territorialmente competenti che si coordinano con i Gruppi di Lavoro Regionali polidisciplinari di cui le AUSL fanno parte e al quale partecipano igienisti, epidemiologi, entomologi, biologi, medici, veterinari, esperti di salute pubblica e altri professionisti coinvolti a vario titolo nelle attività di sorveglianza ai vettori. Il Gruppo di Lavoro Regionale che si occupa del coordinamento del sistema di monitoraggio e controllo della Zanzara Tigre, collabora con la rete INFEAS di Arpa per promuovere iniziative di  educazione ambientale e sanitaria nelle scuole e per l’informazione ai cittadini sui comportamenti corretti e su quelli da evitare. Le indicazioni che riportiamo sono state prese da www.zanzaratigre.it

La lotta alla zanzara tigre non può essere vinta senza la partecipazione della popolazione perchè i siti a rischio di infestazione da zanzara tigre nelle aree pubbliche sono infatti solo il 20-30% del totale, è invece di proprietà privata il rimanente 70-80% delle zone a rischio. E’ quindi necessario che i cittadini mettano in atto misure di prevenzione e di trattamento nelle aree di loro competenza.

Interventi consigliati: 

  • trattare regolarmente con prodotti larvicidi (in base alle indicazioni riportate in etichetta, da 7 gg a 4 settimane a seconda del tipo di prodotto) i tombini e le zone di scolo e ristagno;
  • eliminare i sottovasi e, ove non sia possibile, evitare il ristagno di acqua al loro interno;
  • verificare che le grondaie siano pulite e non ostruite;
  • coprire le cisterne e tutti i contenitori dove si raccoglie l’acqua piovana con coperchi ermetici, teli o zanzariere ben tese;
  • tenere pulite fontane e vasche ornamentali, eventualmente introducendo pesci rossi che sono predatori delle larve di zanzara tigre.

Cose da evitare:

  • accumulare copertoni e altri contenitori che possono raccogliere anche piccole quantità di acqua stagnante;
  • lasciare che l’acqua ristagni sui teli utilizzati per coprire cumuli di materiale e legna;
  • lasciare gli annaffiatoi e i secchi con l’apertura verso l’alto;
  • lasciare le piscine gonfiabili e altri giochi pieni di acqua per più giorni
  • svuotare nei tombini i sottovasi o altri contenitori.

Per proteggersi dalle punture di zanzara possono essere utilizzati strumenti di protezione individuale quali i prodotti repellenti per gli insetti, ma non per bambini fino a 3 anni. Per loro zanzariere e veli sulle culle. E’ inoltre consigliabile vestirsi sempre con pantaloni lunghi, camicie e maglie a maniche lunghe e colori chiari e non utilizzare  profumi, soprattutto nelle ore diurne.

Prodotti repellenti: le sostanze repellenti da applicare sulla cute, ma non su occhi e bocca ostacolano il raggiungimento della pelle da parte della zanzara, impedendole di intercettare i vasi sanguigni.Prodotto con maggiori fonti bibliografiche:     picaridina/icaridina/KBR 3023

Con l’estate arriva la diarrea nei bambini

La diarrea acuta in età pediatrica, che si esaurisce al massimo entro due settimane, è quasi sempre di natura infettiva ed è una  frequente causa di ospedalizzazione; nel mondo essa è una delle principali cause di mortalità soprattutto nei primi mesi di vita. Tre le possibili forme di diarrea acuta 1)  le gastroenteriti infettive sono tra le più comuni, nel 70% dovute a virus (rotavirus e adenovirus) e nel 30% a una ristretta cerchia di  batteri che si trasmettono rapidamente, da un ambiente a un altro nelle abitazioni ma soprattutto nelle corsie  o nelle camere d’ospedale, nonostante la continua igienizzazione, senza dimenticare  i rischi in agguato negli asili nido, nelle scuole materne ed elementari, a dispetto di pulizie giornaliere adeguate. 2) A volte la diarrea acuta può essere  provocata da farmaci (effetti collaterali) come gli antibiotici che interagiscono con l’ecosistema intestinale (ricordate il microbiota?) alterando la normale flora batterica intestinale. 3) Una terza forma di diarrea acuta è poi ben conosciuta dal mondo moderno in cui frequenti sono, per diporto, viaggi familiari, anche transcontinentali  e transoceanici, in compagnia di bambini in tenera età essa è nota come “diarrea del viaggiatore” che può colpire in prevalenza durante i soggiorni in paesi tropicali.

La diarrea acuta di solito risolve in 3-5 giorni se il bambino è in buone condizioni di salute, ma i sintomi a volte possono preoccupare (dolori crampiformi e febbre)  perchè, oltre alla diarrea, l’altro sintomo spesso presente è il vomito che impedisce l’alimentazione e l’idratazione. E’ evidente come a volte sia necessaria la somministrazione endovenosa di liquidi con sali ed eventuali farmaci.

Il nostro consiglio, come quello di tutti i pediatri, è di garantire la reidratazione, orale o parenterale, perchè si possono perdere anche elevate percentuali di peso in poche ore (pericolo vicino al 10%), non solo somministrando acqua ma anche sali minerali (o elettroliti). Vi sono in commercio anche gradevoli soluzioni reidratanti da utilizzare molto precocemente, cercando di proporre al piccolo (che non sia però un lattante al di sotto di 2-3 mesi di vita) una dieta leggera, ricca di frutta e carboidrati (ma non zuccheri semplici) per mantenere un adeguato apporto energetico. Chiaramente i consigli terapeutici devono essere forniti direttamente dal pediatra curante; i nostri sono solo consigli generici e orientativi.

Negli ultimi anni si è molto parlato dell’uso dei probiotici nella diarrea acuta in età pediatrica e molti studi hano confermato la loro utilità. Infatti i probiotici, oltre a riequilibrare la normale flora batterica intestinale, rinforzano la risposta immunitaria e riducono i sintomi che portano all’infiammazione. Sembra anche che essi siano in grado di inibire l’adesione degli agenti patogeni alla superficie delle cellule epiteliali dell’intestino. I prebiotici invece sono carboidrati (inulina e FOS)  che  favoriscono selettivamente la crescita e l’attività della flora batterica intestinale, fungendo da terreno di crescita e perciò in grado di modulare la composizione della microflora.

La gastroenterite più comune nel bambino di età inferiore a 5 anni è provocata da rotavirus  (solo in Italia le visite specialistiche per tale motivo sembrano essere superiori  a 100.000/anno). E’ stato peraltro dimostrato che i probiotici liofilizzati (miscela di ceppi di batteri lattici e bifidobatteri vivi come streptococcus, bifidobatteri, lattobacilli come il paracasei e il bulgaricus o il saccharomyces boulardii, ma molte sono le alternative e altri ceppi sono  inseriti nei numerosi prodotti oggi in commercio) riescono a stabilizzare la flora batterica intestinale e a prevenire la diarrea da antibiotici se assunti contemporaneamente.

E’ il caso di concludere ricordando che gli antibiotici devono essere usati soltanto nei casi di infezione da salmonelle non tifoidee, campylobacter jejuni e shigella (presenza rilevata attraverso coprocoltura).

L’importanza di un’ottimale relazione medico-bambino

Non se ne parla mai abbastanza. Oggi noi riprendiamo il tema che è stato discusso l’11 giugno scorso al Policlinico Gemelli di Roma nell’incontro annuale sulla “Relazione di cura tra domanda di salute e desiderio di salvezza” promosso dal Centro Pastorale dell’Ateneo. In questo convegno naturalmente si è parlato della relazione tra medico  e  paziente adulto che sente il bisogno di una terapia ma anche di una parola di conforto e di uno sguardo che induca alla speranza. Se ciò vale per l’adulto, a maggior ragione ciò vale per il bambino. Il predetto evento dà lo spunto per ritornare sui bisogni universalmente riconosciuti ai malati in età pediatrica per i quali l’essere umano deve essere posto prima della malattia; solo così viene rispettata l’esigenza dell’umanizzazione di  una  medicina a dimensione di paziente, e, sopra tutti, della specialità pediatrica, a partire dalla neonatologia perchè anche il neonato a termine o pre-termine sente il dolore e soffre come i bambini più grandi, anzi di più.

Un buon rapporto pediatra-bambino serve a prevenire e affrontare la sofferenza emotiva dei piccoli pazienti – colpiti da patologie critiche –  e delle loro famiglie. Ormai gli studi e le ricerche sul dolore provato da un bambino gravemente malato sono numerosissimi, ma il rapporto tra pediatra e genitore o tra pediatra e bambino malato resta sempre peculiare, mai identico perchè soggetto a mille variabili in cui l’umanità del professionista deve sempre prevalere. Dalla stima  si passa alla fiducia assoluta che il bambino ripone nell’adulto, medico o genitore, suo eroe nella lotta contro la malattia, eroe che può portarlo alla guarigione. Tale completo abbandono e fiducia nell’abilità medica o chirurgica del proprio pediatra o dell’equipe che di lui si occupa in un ospedale specializzato è la dimostrazione che un’ottimale relazione tra i due soggetti resta la migliore medicina.

La tutela dei diritti del bambino malato è stata riconosciuta in molte Carte di diritti (così sono chiamati i documenti in cui sono indicati i bisogni del minore consistenti in bisogno di comprensione, di sicurezza, di felicità possibile, così come, non ultimo, il bisogno di essere considerato come soggetto, ascoltato e accudito).

Enti e associazioni hanno compilato molti documenti pressoché sovrapponibili, come l’ABIO e l’ANABO. Da tempo è stata presentata e attuata la Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti, per un ospedale migliore. Altre iniziative per umanizzare il rapporto tra operatori socio-sanitari e  bambini con le loro famiglie sono state portate avanti  dall’UNICEF, dall’ONU  e dalla  società scientifica italiana di pediatria SIP (vedi statuto) prevedendo peraltro varie situazioni come il bambino morente o il b. malato cronico, il malato oncologico, le cure palliative etc.. Anche lo statuto dell’ANABO persegue gli stessi obiettivi.

La Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti ricoverati in Ospedale ABIO prevede il diritto in tutta Italia di: 1) avere sempre la migliore qualità delle cure; 2) avere vicino in ogni momento i genitori o un loro sostituto adeguato; 3) ricevere informazioni e facilitazioni che aiutino a prendersi cura del figlio durante la degenza;  4) essere ricoverati in reparti pediatrici e aggregati per fasce d’età;  5) ricevere la continuità dell’assistenza pediatrica 24 ore su 24; 6) avere a disposizione figure in grado di rispondere alle loro necessità. 7) avere quotidianamente possibilità di gioco, ricreazione e studio in ambienti adeguati. 8) essere trattati con tatto e comprensione, nel rispetto della loro intimità in ogni momento. 9) essere informati insieme ai genitori riguardo la diagnosi e adeguatamente coinvolti nelle decisioni relative alle terapie. 10) beneficiare di tutte le pratiche finalizzate a minimizzare il dolore e lo stress psicofisico.

Ma come si fa a non essere d’accordo? Eppure la domanda sorge spontanea, perchè non sempre le cose vanno come desideriamo, come risulta dalle  esperienze di tre giovani medici, il responsabile di Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma, Alberto Giannini, l’oncologo pediatra dell’Istituto dei Tumori Carlo Alfredo Clerici e la direttrice socio-sanitaria di Vidas, Giada Lonati.

Dunque qualche sbavatura  accade anche in Italia, Paese ricco di  talenti e lastricato di eccellenti “carte” (compresa la nostra Costituzione) che tali rimangono. Altrimenti non si spiega perché Alberto Giannini descriva la Rianimazione come una” fortezza con un ponte levatoio ben serrato, incapace di alzarsi” per permettere il passaggio dei familiari e motivo di sofferenza per i bambini. Un divieto d’accesso motivato da ragioni igienico sanitarie “prive di significato”. Nel nostro Paese mediamente un familiare su cinque è ammesso  nei reparti, una percentuale che ci pone in coda non solo in Europa, nonostante tale presenza riduca sensibilmente lo stress del piccolo malato e rechi evidenti benefici anche ai medici e al personale sanitario, per il semplice motivo che aprire i reparti significa far entrare la dignità e il rispetto per il malato, di qualunque età. E vi pare poco?

L’oncologo Clerici  ha rammentato che sino a pochi anni fa si riteneva che il bimbo non provasse dolore o non avesse ricordo della sofferenza. Al contrario il bimbo è un soggetto con una logica diversa da quella dell’adulto che sviluppa paure e idiosincrasie che occorre ascoltare, come la piccola di sei anni incontrata dall’oncologo che alla domanda: “che cosa ti fa paura?” mette al primo posto la mummia, perché la paragona allo sgomento di papà e mamma dopo il colloquio con i medici.

Un interrogativo che trova un’eco nelle parole di G. Lonati, che con Vidas affronta la più grande delle sfide perché “i bambini non devono morire”. Si deve perciò ragionare, giorno dopo giorno, sulle emozioni, creare un circolo virtuoso di sostegno reciproco. Non si può infatti pensare alle cure palliative pediatriche senza un’aggregazione tra competenze specialistiche che non può certo comprendere solo l’ospedale. Quanto ha senso iniziare un percorso palliativo? La risposta è nel rapporto e quindi nell’equilibrio tra medicina della precisione e medicina dell’incertezza. Per tenere la barra dritta è fondamentale dire la verità, trovando i modi opportuni e sapendo che non ci sono certezze assolute.

E qui rientra il discorso sul rapporto che deve instaurare il pediatra con un bambino malato, misurando le parole  e assumendo uno sguardo che rassicuri pur restando nella verità, ma senza annullare la speranza di guarigione. Il sapere scientifico è fondamentale, per carità, ma l’umanità deve sempre essere il collant tra due esseri umani, anche se essa non ha testi scritti su cui studiarla. 

Possiamo perciò concludere dicendo che le Carte e i protocolli non bastano per rendere un rapporto più umano, tale da portare a  miracolose guarigioni. L’umanità che alberga in ciascuno di noi deve emergere sopratutto in un professionista che ha il dovere di curare al meglio. Ma è una dote che non si acquisisce con lo studio…purtroppo. Tutti abbiamo avuto momenti difficili nell’infanzia, nello studio, nel lavoro, ebbene tutti ricordiamo, anche a distanza di anni, la voce di un buon amico , uno sguardo sereno e accattivante  che ci ha ridato forza e speranza illuminando un momento buio della nostra vita, consentendoci di trovare nuovo vigore sia fisicamente che psicologicamente. Nonostante tutti i progressi scientifici, ancor oggi una guarigione può dipendere si dalle terapie, ma anche da una volontà indomabile di guarire, qualità che un bambino ha sempre.

Rassegna stampa: articolo inviato da Bari dall’amica Bibiana

He's gonna hurt a baby

Pedofilia: in 3 anni 50 bambini curati al Pediatrico

Grande responsabile è il web: negli ultimi anni il numero di abusi sessuali su minori è aumentato in maniera esponenziale

FLAVIO CAMPANELLA, Gazzetta del mezzogiorno.it 11 Giugno 2019

«Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare». Il vangelo secondo Matteo evidenzia quanto Gesù si raccomandasse di non fare del male ai bambini. Figuriamoci a quale profondità sarebbe meglio sprofondasse chi si macchia dei mostruosi atti di perversione sessuale nei loro confronti. Non è necessario, però, essere dei cristiani per comprendere quanto sia obbrobrioso il fenomeno della pedofilia e degli abusi conseguenti, oltretutto vasto, perché perlopiù sommerso, più di quanto dicano le statistiche, secondo cui sono complessivamente 18 milioni i minori coinvolti in Europa. Lo scenario, peraltro, peggiora a causa del web, terreno fertile per l’adescamento di bambini e adolescenti (in Italia nel 2018 sono stati trattati in quest’ambito 437 casi, con 158 denunce e 19 arresti). La tecnologia digitale è infatti risultata essere significativamente associata a forme gravi di abuso.

IL WEB OSCURO – Relativamente alla pedopornografia, ad esempio, secondo i dati forniti dalla cyberTipline del Nnmec (National centre for missing and and exploited children), sappiamo che i casi sono aumentati in modo esponenziale fino ad arrivare a 8 milioni nel 2016. La recente pubblicazione annuale di Internet Watch Foundation evidenzia come lo scorso anno siano stati esaminati 229,328 URLs di cui 105,047 dal contenuto pedopornografico: il 23% mostrava violenza o torture sessuali commesse su minori. Non solo: secondo una stima realizzata da Microsoft, ogni giorno vengono scaricate 720mila immagini di abusi sessuali sui bambini. Il sexting, poi, cioè lo scambio di foto o video dal contenuto sessuale più o meno esplicito (sempre di materiale pedopornografico si tratta), tramite chat e social network, è sempre più diffuso tra i pre-adolescenti e gli adolescenti (il 26% lo pratica). A ciò sono legati anche i cosiddetti sextortion e il revenge porn. In generale, l’aumento del numero degli adolescenti presenti sul web ha determinato una crescita esponenziale dei minori vittime di reati contro la persona a sfondo sessuale: in Italia, grazie al lavoro della Polizia Postale e delle Comunicazioni, dai 104 registrati nel 2014, si è passati a 177 casi nel 2017 fino a 202 nel 2018 (le vittime hanno tutte un’età compresa tra i 14 e i 17 anni).

LE LISTE NERE – In generale, i dati Istat più recenti (2015) rilevano l’avvio di 1.032 indagini per il reato di atti sessuali con minorenni, nonché di 720 per pornografia minorile (per la pedopornografia online, lo scorso anno sono state registrate 532 denunce e sono stati eseguiti 43 arresti). Dalle complesse operazioni di prevenzione della Polizia di Stato, è scaturita una assidua attività di monitoraggio della Rete, che ha visto coinvolti ben 28.560 siti internet, di cui 2.077 inseriti nelle black list. Nel corso dell’anno 2018 i siti internet segnalati sono aumentati sino ad arrivare a 33.086, di cui 2.182 inseriti nelle black list. La conferma dell’incidenza delle situazioni di violenza online arriva anche dalle percentuali di Telefono Azzurro: nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2018 e il 31 dicembre 2018, il 38% dei casi gestiti e aventi come oggetto l’abuso sessuale ha avuto origine on line.

L’ORCO IN CASA – Nel dossier, però, a emergere sono gli episodi di abuso sessuale e pedofilia nel contesto domestico, dove continuano a essere prevalenti (35,2%), mentre sono in aumento (+3,8% rispetto al 2017) nell’ambiente scolastico (19%) e continuano a verificarsi nell’abitazione di parenti (8,4%), nei luoghi aperti (4,8%), nei luoghi pubblici (3,6%) e per strada (3,6%). Si conferma, inoltre, il dato dei genitori delle vittime come i presunti responsabili in più di 40 casi su 100. E comunque quasi sempre ad abusare sono persone conosciute: un parente, un amico, un insegnante, un convivente, un fratello, un nonno o un vicino. Coerentemente con i dati del 2017, la prima infanzia (0-10 anni) è la fascia di età maggiormente rappresentata (46,8%) rispetto a quanto si riscontra nella classi di età 11-14 anni (20,8%) e 15-17 anni (32,5%). Si conferma anche il dato geografico (le segnalazioni sono giunte soprattutto dal Lazio e dalla Lombardia).

A BARI – In Puglia siamo solo al 4,1%, secondo Telefono Azzurro, ma la bassa percentuale non inganni: più si scende al Sud, minore è il coraggio di denunciare. A Bari un quadro più dettagliato è fornito da Giada (Gruppo interdisciplinare assistenza donne e bambini abusati), operante all’interno del Servizio di Psicologia dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII e finalizzato alla diagnosi precoce e alla cura delle forme di violenza all’infanzia attraverso piani assistenziali interdisciplinari e integrati. Centro di riferimento regionale in materia di maltrattamento e violenza nei confronti dei minori, Giada ha individuato, nel periodo da febbraio 2009 a dicembre 2017, su un totale di 4.705 minori arrivati in ospedale, 1.006 vittime di violenza (con un’incidenza quindi del 19,4%), con un netto incremento negli anni, soprattutto di minorenni provenienti dalla Asl Bari rispetto a quelli provenienti da altre Asl o da altre Regioni. In particolare, su 436 minori presi in carico, 402 (92%) provenivano proprio dal territorio della Asl Bari. Dei circa mille bambini e ragazzi ritenuti in condizioni di rischio o di violenza conclamata, 86 hanno subìto violenza sessuale. Circoscrivendo il periodo al triennio 2015-2017 e l’area al territorio della provincia di Bari, su 256 (87% di accertata psicopatologia), sono stati una cinquantina i casi di violenza sessuale trattati in regime ambulatoriale. In generale, a essere presi in carico sono stati perlopiù bambini nella fascia di età tra i 6 e gli 11 anni (49%) e prevalentemente di sesso femminile (soprattutto nella fascia 0-5 anni e 12-18 anni). La gran parte delle vittime è giunta su richiesta del pediatra oppure dal Tribunale per i minorenni a seguito di un provvedimento. Solo una piccola parte è stata inviata dai servizi sociali.

Nel corso degli anni di applicazione del percorso operativo condiviso con le Procure (2013-2017) sono stati ascoltati 299 soggetti, di cui 290 provenienti dal territorio della Asl Bari (97%), 188 femmine (63%) e 111 maschi (37%), con questa distribuzione: 60% (179) tra i 12-18 anni; 30% (90) tra i 6-11 anni e 10% (30) nella fascia di età 0-5 anni. Le audizioni sono state realizzate nell’ambito di diverse ipotesi di reato, prevalentemente di natura sessuale (sospetta violenza sessuale nel 49% dei casi e sospetta violenza sessuale online nel 18%), oltre alla sospetta diffusione di materiale pedo-pornografico (2%). Nel 68% dei casi i minorenni sono stati ascoltati in quanto vittime di reato e nel 3% in quanto sospetti autori.

IL GARANTE – «Adulti che approfittano dei più piccoli, ne abusano e li maltrattano. Talvolta fino a ucciderli. E c’è chi, pur sapendo, tace. Violenza e abuso ai danni di bambini e ragazzi – ha affermato Filomena Albano, Garante per l’infanzia e l’adolescenza – sono un fenomeno tanto grave quanto complesso e, va detto, in larga parte sommerso. E non si tratta solo di quello, gravissimo, della pedofilia. Bisogna rafforzare prevenzione e contrasto e adottare una strategia generale di intervento, da porre in campo anche sulla scorta delle raccomandazioni che il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha rivolto all’Italia». Da qui la sollecitazione per la ripresa dei lavori dell’Osservatorio nazionale per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia, di quello sull’infanzia e l’adolescenza e di quello sulla famiglia. «Manca – ha aggiunto Albano – una classificazione chiara delle forme di violenza sui minorenni e un sistema nazionale per monitorare e raccogliere i dati. Serve per prevenire e per contrastare gli abusi in modo mirato. Ognuno deve sentirsi responsabile in prima persona del benessere dei più piccoli: siamo tutti in qualche modo garanti dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Solo così si possono abbattere quei silenzi che spesso circondano situazioni di violenza»

NDR E’ un articolo drammatico che mostra, con crudezza, un mondo in cui sempre più si aggirano  soggetti insospettabili, senza scrupoli, perversi e malvagi. Esso merita profonda e costruttiva riflessione nonchè un’immediata reazione con presa di posizione e coinvolgimento della Società Italiana di Pediatria che ha recentemente sottoscritto un protocollo di collaborazione proprio con la Garante per l’infanzia la prof.ssa Filomena Garante, con la quale c’è già un filo diretto. Nel sollecitare il nostro presidente Prof. A. VILLANI e il  membro del CD ANABO di Bari il Prof. A. Del Vecchio, ringraziamo contestualmente l’autore F. Campanella e la nostra corrispondente da Bari, la Dott.ssa Bibiana.

Celebrata il 12 giugno la Giornata mondiale contro il lavoro minorile

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Pensate….vi sono 150 milioni di bambini nel mondo  costretti a lavorare. Di questi ben 74 milioni sono impiegati in lavori rischiosi (miniere) o a contatto con sostanze velenose e apparecchiature industriali o commerciali pericolose. F. Minardi ne ha parlato anche sul mensile  Millestrade scrivendo “Per loro l’infanzia non esiste! Si tratta di lavori spesso nocivi per la loro salute psicofisica. Sono per la maggior parte bambini che nascono e vivono nei Paesi più poveri del nostro pianeta. Però anche i Paesi più ricchi non sono esenti da queste gravi inadempienze e rispetto verso il mondo minorile. E’ una piaga sociale; in Italia per esempio sono migliaia i casi di lavoro minorile con  bimbi che invece di giocare con la palla, le macchinine o le bambole vivono in mezzo alla strada a frugare tra i rifiuti o a mendicare o a prostituirsi, vittime di sfruttamento sessuale”.

I dati sopra riportati sono stati elaborati dall’ILO (International Labour Organization) che sono sul sito dell’UNICEF. La Direzione centrale della vigilanza dell’Ispettorato del lavoro, dal 2013 al primo semestre del 2018, ha riportato in Italia 1.437  casi di violazione penale della normativa sul lavoro minorile. Qui si parla di ragazzini costretti a lavorare sotto i 16 anni oppure, in caso di lavori usuranti c’è lo sfruttamento di giovani sotto i 18 anni. Per quanto riguarda casa nostra, i casi dei piccoli schiavi secondo l’ILO sono ben oltre i 300mila. Il problema perciò sta molto a cuore anche a noi pediatri e alle famiglie italiane perchè, come ha detto pure il santo Padre nella giornata mondiale contro il lavoro minorile del 12 giugno scorso “…i bambini devono poter giocare, studiare e crescere in ambienti sereni. Guai a chi fa perdere loro la speranza e la gioia di vivere”. Questa è una vergognosa piaga, oltremodo disumana che interessa per lo più bambine  sottoposte a ogni sorta di maltrattamenti e abusi, una  piaga che va condannata a tutti i livelli, politici, istituzionali e sociali per  arrivare all’avvio di provvedimenti ed interventi legislativi e normativi ancora più incisivi come l’aumento delle pene e delle sanzioni per i trasgressori senza scrupoli nella speranza di sconfiggere definitivamente questo che è un vero e proprio reato.

Rassegna stampa: Patto per la Salute

Female medicine doctor shake hand as hello

Che cosa cambia per Mmg e sanità?

SANITÀ PUBBLICA, REDAZIONE DOTTNET, giugno 2019

Grillo, non passeranno i tagli. Sindacati minacciano azioni

Via il superticket, la gabella di 10 euro a ricetta che pesa sulle tasche di molti italiani. Ma l’aumento delle risorse previste per la sanità potrebbero esser messo in discussione. E’ quanto prevede la bozza del nuovo Patto per la Salute, inviato dal ministero alle Regioni e accolto da molte preoccupazioni. Si dicono “pronti a una mobilitazione contro i possibili tagli al sistema sanitario” i sindacati Cgil, Cisl e Uil. Mentre, dalle polemiche, il ministro Giulia Grillo si difende con un tweet: “Tagli alla Sanità? Dovranno passare sul mio corpo”.

I 19 articoli del testo ridefiniscono le linee che indirizzeranno la sanità nei prossimi anni. Ma quello su cui non possono offrire certezze è l’effettiva disponibilità delle risorse per il Fondo Sanitario Nazionale (Fsn), previsto, secondo l’ultima Manovra, di 116,4 miliardi per il 2020 e a 118 miliardi nel 2021. Aumento che potrebbe esser modificato “in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico”. Pertanto in tal caso, si legge, “la presente intesa dovrà essere altresì oggetto di revisione”.

Ma ecco in particolare le novità sull’assistenza territoriale. Al centro un nuovo regolamento da predisporre entro 8 mesi dall’approvazione del nuovo patto – che consenta di raggiungere questi obiettivi, con le risorse disponibili, sostenendo in particolare modelli organizzativi attenti allo sviluppo di reti integrate, all’approccio multidisciplinare, all’integrazione sociosanitaria, come già offerto dai consultori familiari.

Il Regolamento dovrà definire standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza sociosanitaria territoriale. Ed anche, tra le molte: ridefinire modelli organizzativi regionali, basati sulla centralità dei distretti socio-sanitari; valorizzare le professioni sanitarie, in particolare di quella infermieristica; promuovere politiche attive di valorizzazione dei care-giver; sviluppare strutture intermedie (es.: Ospedali di Comunità) a gestione infermieristica; integrare la figura del Mmg con quelle professionali dell’assistenza primaria;sviluppare sistemi di monitoraggio delle performance dell’assistenza territoriale, in analogia a quanto già esiste per l’assistenza ospedaliera (Pne); accelerare il Fascicolo Sanitario Elettronico e sviluppare sistemi informativi e digitali e della telemedicina; definire gli standard minimi qualificanti di erogazione delle prestazioni socio-sanitarie in termini di sicurezza, qualità dell’assistenza e comfort per numero di assistiti e per livello di intensità.

A tal fine sarà istituito un tavolo di lavoro Governo e Regioni per consentire l’attuazione del modello proposto.
Si tratta di un processo di revisione profondo per favorire l’integrazione ospedale-territorio attraverso l’adozione di un modello organizzativo “Ospedale Virtuale Territoriale” basato sulla realizzazione di un alto grado di integrazione informativa e funzionale tra i diversi nodi della rete assistenziale. Il modello si dovrà avvalere di strumenti innovativi collegati alle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), della ridefinizione del ruolo del medico di medicina generale, del medico di continuità assistenziale e di tutti gli attori della cura accreditati nel territorio per la gestione dell’emergenza-urgenza e della cronicità instabile, nonché mediante l’introduzione di modelli organizzativi dipartimentali “transmurali” ospedale-territorio e delle centrali operative.

Altro punto di forza dovrò essere la diffusione di modelli organizzativo-gestionali per casi a bassa complessità clinica basati sulla realizzazione, per i diversi setting assistenziali ospedalieri, di Week Hospital/Week Surgery, Day Hospital/Day Surgery e Day Service Ambulatoriale polispecialistici, secondo una logica di organizzazione per omogenea intensità clinico-assistenziali ed un’elevata integrazione multi professionale e multi specialistica, per favorire l’accessibilità all’assistenza ospedaliera.

Andranno anche rivisitate le norme che regolano la gestione degli accessi dei codici bianchi al Pronto Soccorso anche per migliorare la gestione delle liste di attesa e definiti i criteri che qualificano i servizi offerti dalle “Farmacie dei servizi”.
Governo e Regioni si impegnano infine a individuare le modalità per garantire e tutelare il ruolo delle Farmacie Rurali.

La clausola introdotta nella bozza del nuovo Patto “è il preludio al taglio di 2 miliardi di euro al fondo sanitario nazionale?”, chiedono in un’interrogazione le deputate e i deputati del Pd Luca Rizzo Nervo, Vito De Filippo, Elena Carnevali, Giuditta Pini, Ubaldo Pagano, Paolo Siani,Angela Schirò. La formula utilizzata, infatti, segnalano, “fa suscitare più di qualche apprensione per il concreto rischio di futuri tagli, soprattutto alla luce della decisione della Ue di aprire una procedura d’infrazione a danno dell’Italia”. “Di fronte a nuovi tagli – affermano in una nota i sindacati – diventa inevitabile una mobilitazione dei lavoratori e dei pensionati”.

Si tratta, spiegano Cgil, Cisl e Uil, “di colpire un SSN già ferito da anni di sottofinanziamento che ha indebolito i servizi, impedito le assunzioni di personale necessarie per assicurare la tutela della salute e le cure ai cittadini”. Tuttavia, la bozza del Patto contiene anche diverse novità positive passate in secondo piano, a partire dall’abolizione del superticket e dalla proposta di introdurre una revisione complessiva del sistema ticket, basandolo sul reddito familiare, più volte auspicata dal ministro Grillo. Ma non solo. Per le Regioni commissariate, la bozza propone di archiviare la soluzione del piano di rientro a favore dell’affiancamento da parte di una Regione ‘virtuosa’, “al fine di garantire la diffusione di know-how e buone pratiche”.

Quanto al problema della carenza dei medici, punta sull’utilizzo di specializzandi in medicina, che potranno avere “un contratto di formazione-lavoro per svolgere attività assistenziali”. Per ridurre i viaggi per curarsi in altre regioni, si prevede l’istituzione dell’Osservatorio statistico sulla mobilità extra-regionale, con il compito di mappare le situazioni più critiche. A fronte della necessità di interventi strutturali per 32 miliardi di euro, il ministero elaborerà un “piano pluriennale di edilizia sanitaria”. E, infine, un Regolamento dovrà definire gli standard per rendere migliori e omogenee le cure sul territorio.