La piaga delle dipendenze

seconda parte

Oggi vorremmo spiegare perché abbiamo usato il termine piaga, per noi medici significa ferita che non rimargina, ecco perché abbiamo scritto “la piaga delle dipendenze”, perché ancora non si vedono miglioramenti della situazione, nonostante gli sforzi dei servizi socio-sanitari e della polizia, anche perché nel 2020 l’attenzione è stata concentrata sui provvedimenti e i controlli per  arginare la nota, inaspettata pandemia.  

A questo proposito vorremmo anche citare un’Inchiesta di cronaca che un anno fa fece Repubblica. Il titolo era: “Cinque euro a fumata, l’assalto alle scuole medie dei puscher dell’eroina”. Era il 28 febbraio 2019. L’articolo cominciava così: “Adesso nel mirino ci sono anche i ragazzini delle scuole medie, 12-13 anni, poco più che bambini. Hanno in tasca paghette di 5-10 euro per comprare un panino alla McDonald’s , quanto basta però anche per 2 spinelli di erba sintetica, un paio di pasticche di ecstasy, un francobollo di Lsd, o, peggio, una pallina di eroina da fumare. Uno scenario che fa paura…omissis”. Figuriamoci quest’anno che cosa sarà successo, a causa dell’isolamento, delle pseudovacanze scolastiche forzate, camuffate – almeno alle scuole medie – da e-learning, a causa della noia, ma anche della depressione o dell’ansia tra i minori con richieste di supporto psicologico. Di fronte al pericolo delle droghe devastanti sui cervelli in formazione dei nostri ragazzini, non possiamo stare a guardare e i GENITORI devono assolutamente proteggere i loro figli con le unghie e con i denti, ripartendo dal discorso educativo di ieri che coinvolge quella che aridamente è chiamata “responsabilità genitoriale”, senza scendere nel campo affettivo, ancora più importante.  

I Giovani trovano la droga  perché c’è un mercato enorme di sostanze “stimolanti per gli adulti”. Ma perchè questa confusione? Si chiedeva su Italia solidale  del 31 luglio  la giornalista Antonella Casini? “Non è colpa nostra” rispondeva; “la dipendenza è scritta nel nostro cervello, perciò non è solo dipendenza da droga e/o alcol. E l’A. si spinge ancora oltre esprimendosi con maggiore crudezza …”Abbiamo una cultura che ormai non vede più Dio e non crede più nelle risorse umane. Ormai tutto ruota sul materialismo e sull’economia e tutti, inconsciamente da generazioni, ne siamo schiavi. Questa è la vera droga… ma nessuno lo vede. Così abbiamo perso la fede, l’identità, la sessualità sana, la creatività, ripetiamo senza provare più emozioni. Tutto questo arido modo di vivere ricade sui bambini e li distrugge nello spirito, nell’anima, nella maturazione sessuale, nei nervi e nella mente. Questa situazione non si risolve con i “manifesti”, ma cambiando la nostra vita”. E noi aggiungiamo che si deve tornare a recuperare il vecchio sano modo di vivere dei nostri nonni, che, con risorse davvero al lumicino, hanno saputo ricostruire l’Itala nel dopoguerra, riuscendo anche a sorridere alla vita accontentandosi di qualche sigaretta e, al massimo, di qualche bicchiere di vino.  

Ieri, a proposito di genitori, abbiamo poi parlato di un errore  colossale commesso dai genitori nell’affrontare il tema delle dipendenze con i propri figli, quello di ritenere  che i  figli adolescenti la pensino come loro; invece sono i genitori che devono sforzarsi di pensare come i figli adolescenti (considerando le bufere ormonali, l’angoscia adolescenziale, le priorità adolescenziali, la ribellione adolescenziale e tutti gli altri diavoletti che influenzano il loro pensiero). I genitori dovrebbero quindi provare a incoraggiare comportamenti positivi, semplicemente, senza forzare ma offrendo loro amicizia e comprensione, prima e sopra tutto.

I genitori devono essere più concreti nel consigliare il comportamento giusto agli adolescenti perchè non cadano nella trappola della droga e dell’alcol; inutile criticare richiamando  a comportamenti più rigidi. Un approccio alla pari avrà perciò più successo; non serve pontificare o rampognare o predicare perchè non dobbiamo dimenticare che è nella natura di un adolescente desiderare di oltrepassare i limiti. I genitori dovrebbero ricordare che anche loro hanno vissuto ciò che i loro ragazzi stanno ora vivendo. Alo scopo di cercare di fermare queste abitudini errate, i genitori dovrebbero dare l’esempio e proporre attività alternative e ricreative stimolanti come sport, eventi artistici e culturali, anche musicali ma che siano  eventi “protetti da pusher”.

C’è un Centro di recupero a Roma, che citiamo solo come esempio fra i tanti, che accoglie e disintossica giovani tossico o alcoldipendenti, chiamato Narconon Argo, da cui abbiamo tratto spunto, che mette a disposizione i materiali (aprire pagina) utili da consultare per  i genitori.

Ora vogliamo però chiudere con un Messaggio  che l’Istituto Superiore di Sanità, ha messo sul sito. Speriamo  che esso sia letto da un pubblico interessato sempre più vasto e che il suo contenuto sia preso nella giusta considerazione anche dai GENITORI che hanno i figli ancora alle scuole  medie. Abbiamo visto che già a quei livelli si annidano pericoli e tentazioni nelle quali cadono facilmente i ragazzini più fragili o con problemi familiari.. da rimuovere. Ecco il messaggio: “Le dipendenze da sostanze quali tabacco, alcol, droghe (comprese le nuove sostanze psicoattive – NPS) e le dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, cibo, internet e nuove tecnologie, doping) sono importanti fattori di rischio per la salute pubblica. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) opera, per la prevenzione e il contrasto di tali dipendenze, contribuendo alla conoscenza dei fenomeni dal punto di vista epidemiologico, all’ottimizzazione dei percorsi di diagnosi e cura e al miglioramento degli interventi socio-educativi, attraverso specifici settori di ricerca, controllo, vigilanza, informazione, formazione e consulenza. Svolge anche attività di counselling attraverso il Telefono Verde sulle dipendenze e il doping e offre supporto per il miglioramento della qualità dei laboratori di farmaco-tossicologia del Servizio sanitario nazionale (SSN)”.

“In particolare, il consumo di tabacco è uno dei maggiori fattori di rischio nello sviluppo di malattie tumorali, cardiovascolari e respiratorie e – aggiungiamo noi pediatri – prima si comincia a fumare e maggiore è il rischio. Fenomeno emergente è anche l’assunzione di nicotina attraverso prodotti del tabacco di nuova generazione e sigarette elettroniche. 

L’alcol costituisce la prima sostanza in grado di causare dipendenza ad alto impatto sociale. La tossicodipendenza oggi è rappresentata dal fenomeno dell’assunzione di più sostanze d’abuso classiche, compreso l’alcol, anche associate a nuove sostanze psicoattive.

Il disturbo da gioco d’azzardo, la dipendenza da cibo e da internet sono dipendenze di tipo comportamentale che, oltre a causare disagio e/o disturbi clinicamente significativi, costituiscono un problema di sanità pubblica di crescente importanza, con un alto impatto nella vita quotidiana. 

NDR. In caso di necessità tutti possono collegarsi con l’ISS per ricevere aggiornamenti, consulenze, chiarimenti o indicazioni utili per sè e per i propri familiari, tramite i numeri verdi riportati sul sito dell’Istituto.

Sulla piaga delle dipendenze

prima parte

NDR. Purtroppo siamo costretti a riparlarne servendoci dell’esperienza di alcuni Centri di riabilitazione e delle raccomandazioni dell’Istituto Superiore di Sanità (queste ultime nella seconda parte) perchè non si vede ancora la luce; si legge dei maxi-sequestri di tonnellate di droga che arriva regolarmente nelle grandi città quasi come se si trattasse di normali forniture; si legge, quasi indefferenti o rassegnati, della morte anche di minorenni; la polizia si dà un gran da fare, arresta “all’alba” quasi tutti i giorni  decine di spacciatori e demolisce organizzazioni criminali, ma la droga è sempre tra noi e soprattutto circola tra i nostri ragazzi. Ma allora soprattutto su di loro i genitori devono  agire individuando le fragilità e provvedendo a sanarle, ma occorre avere guide esperte.

Il primo grosso problema è che acquistare marijuana e cocaina oggi è facile e poco costoso: gli stupefacenti (abbinati o no agli psicofarmaci) sono usati anche da ragazzini delle scuole medie che vivono in “famiglie normali”, spesso ignari dei rischi che corrono. E i consumatori di cannabis, cocaina ed eroina sono sempre di più e sempre più giovani. Già nel 2018, la Federazione Italiana Comunità Terapeutiche, registrava un aumento del 34 % di minori anche con meno di 12 anni che avevano assunto sostanze stupefacenti per la prima volta. Il 16% aveva fatto uso di eroina, il 72% di cocaina, il 42% di cannabinoidi, il 26% di allucinogeni… sono passati due anni e le cose sono peggiorate! Noi abbiamo già  parlato dei danni per il “cervello in via di sviluppo” dei ragazzi durante il periodo difficile e travagliato che precede l’età adulta. E’ anche inutile parlare della strumentale differenza tra droghe leggere o pesanti: “In una persona giovane l’uso di sostanze psicoattive agisce con effetti preoccupanti; basti pensare che la cannabis può provocare l’insorgere di disturbi psichiatrici molto gravi. Per di più oggi i ragazzini incoscienti assumono cocaina o eroina assieme a molte altre sostanze illegali o legali (come gli psicofarmaci che però dovrebbero essere prescritti da medici specialisti)”. Queste sono riflessioni del dottor Riccardo Gatti. che conclude così: “Stranamente, mentre sulle droghe illecite esiste una certa attenzione, sull’uso improprio di medicinali c’è ancora poco controllo. Eppure essi possono provocare gli stessi danni”. Riflettiamoci su, verissimo…..

Sulla stessa linea sembra anche la Dr.ssa Maura Manca, psicologa, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus che dice. “I ragazzini si imbottiscono di varie sostanze psicostimolanti, mischiano il tutto anche con i farmaci per aumentare lo sballo. Un poliabuso che è la conseguenza anche del proliferare dei baby spacciatori” (Altro problema non da poco trattandosi di minori, e perciò difficilmente perseguibili). A provare droghe di qualunque genere sono spesso ragazzini che vivono in “famiglie normali”, non in contesti a rischio (ma apparentemente). L’errore più comune è quello di pensare che un giovane che fa uso di sostanze stupefacenti abbia solo manifestazioni legate agli sbalzi d’umore, “ma non sempre è così. A volte i segnali non sono così eclatanti, soprattutto se il ragazzo ha iniziato da poco a drogarsi. Bisogna perciò imparare a cogliere i piccoli cambiamenti: il genitore deve aumentare l’attenzione se il figlio fa ragionamenti diversi dal solito, reagisce con lentezza alle domande o richieste, se è spesso assonnato, chiuso e nervoso o al contrario particolarmente euforico. Sono campanelli d’allarme da non sottovalutare”, afferma la psicologa Manca.

Ma come mai i ragazzi hanno bisogno di assumere tali sostanze? Come accorgersi se un figlio si droga? A queste domande ha cercato di dare una risposta sul settimanale Star Bene, circa un anno fa, la giornalista Benedetta Sangirardi che ha spiegato  come i ragazzi arrivano, sin da giovanissimi, a far uso di sostanze stupefacenti, ignorando o sottovalutando i rischi che corrono. Il che ci trova d’accordo.

Ed allora, a questo punto vale la pena parlare con gli adolescenti di droghe e di alcol…ma in che modo? A volte sembra che non ci sia una risposta giusta  e nessun modo standardizzato  esiste per crescere un adolescente. Un errore commesso spesso da un genitore è quello di costringere il proprio figlio adolescente a salire al suo livello, parlando da adulto ad adulto, piuttosto che incontrarlo  scendendo al suo  livello.

Per impedire che i propri figli usino droghe e alcol durante l’adolescenza, i genitori non trovano quasi mai la tecnica giusta. Si sentono legati dalle parole, insicuri su cosa dire, o incerti su come affrontare una conversazione così delicata, ma che è assolutamente necessaria. Molte volte i genitori possono sentirsi in dovere – come se l’argomento del consumo di droghe e alcol fosse controverso e oltremodo delicato – di lasciar perdere facendo finta di niente, ma rinunciare non è mai l’approccio giusto. Ed allora come parlare con i ragazzi dei problemi legati all’abuso di droghe e alcol?  Fine della prima parte… domani la seconda

Allarme coronavirus dell’Omceo di Roma

NDR. Oggi pubblichiamo in sintesi l’intervista di Lazio, RomaSanità, al Dott. A. MAGI, presidente OMCEO di Roma effettuata qualche giorno fa da m.narducci@agenziadire.com, che ringraziamo per i sempre interessanti aggiornamenti.  Magi, intervistato a Roma dall’Agenzia DiRe così si è espresso: “Bene i test nelle stazioni; l’autunno, con o senza il coronavirus, dipenderà da come ci comportiamo ora (cioè in estate). Infatti sono iniziati nelle stazioni bus di Roma sia i test sierologici che i tamponi, ed ora aspettiamo l‘arrivo dei tamponi veloci per avere risposte immediate. Bisogna infatti assolutamente fermare i contagi in rialzo salvaguardando tutti e controllando soprattutto chi viene da fuori”. Il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma, Antonio Magi prosegue: “Le stazioni, in particolare quelle dei bus, sono in questo momento tra i luoghi più sensibili, visto che buona parte dei casi che registriamo attualmente sono d’importazione. Dobbiamo seguire i focolai e grazie alle Usca lo stiamo facendo in quanto stiamo monitorando tutto il territorio. Anche perché tutto dipenderà proprio da questi giorni quello che vivremo in autunno che e’ legato a come ci comporteremo in estate, e devo dire che non ci stiamo comportando benissimo, c’è troppa disinvoltura”, ammonisce il Presidente dei camici bianchi romani. “I numeri in aumento lo dimostrano: serve equilibrio, anche perchè non possiamo permetterci il lusso di richiudere delimitando di nuovo le zone rosse  o ripristinando l’isolamento di intere città”. Dunque Magi raccomanda: ”Rispettare almeno le poche regole del Ministero della Salute diffuse anche dall’ISS”.

Anche l‘aumento dei contagi nel resto del Lazio, in particolare sul litorale, desta preoccupazione: “La gente si sposta, sta andando al mare e si creano assembramenti. Bisogna stare attenti. Vedo un po’ troppa superficialità soprattutto tra i giovani; non si vedono mascherine nei locali e nei luoghi chiusi e in alcuni non sono nemmeno presenti i disinfettanti” – ha concluso il numero uno dell’Omceo Roma – “Bisogna stare più attenti, ci stiamo comportando un pò troppo “allegramente”. Secondo il presidente la spiegazione è che nel Lazio non abbiamo vissuto la pandemia in maniera drammatica come e’ invece accaduto al Nord, dove non e’ un caso che le regole vengano rispettate maggiormente, a sentire i colleghi degli altri Ordini dei Medici del settentrione. E se i contagi non saranno presto sotto controllo saldamente, molto più gravi saranno le conseguenze sul piano economico e sociale. Sapete tutti che l’Italia non sta ricevendo stranieri provenienti ad esempio per turismo da molte nazioni perché ritenute a rischio di far ritornare l’epidemia nel nostro paese.

NDR. Dunque Amiche e Amici carissimi, ascoltate questi consigli, che vengono da professionisti di grande esperienza clinica. Raccomandate ai vostri figli una maggiore (e indispensabile) ulteriore prudenza; perché se è vero quanto gli adulti pensano  e cioè  che i giovani positivi asintomatici o paucisintomatici corrano meno rischi, se non hanno altre patologie medico-chirurgiche, è d’altro canto assolutamente confermato che i giovani fungono da pericolosi veicoli trasportatori e trasmettitori del coronavirus, per cui riescono facilmente a infettare gli anziani con cui vengono in contatto dando in questi ultimi un quadro clinico ben più grave rispetto ai giovanissimi ed è elevato per loro il rischio di perdere la vita o di avere complicanze segnalate ampiamente nei soggetti dichiarati guariti. Noti sono i disturbi cardio-respiratori che persistono a lungo, o per sempre, dopo la dimissione dalle Unità di Terapia Intensiva. 

Quindi rinnoviamo l’invito a usare e a far usare: mascherine, disinfettanti con, e per, il lavaggio frequente delle mani; infine rispettare e far rispettare il distanziamento sociale onde evitare assembramenti, frequentissimi nei fine settimana e al mare.

Calcolosi biliare o Colelitiasi

Cause: la presenza di calcoli nella colecisti o nelle vie biliari è rara nei bambini che sono per il resto sani, mentre i calcoli si depositano quando sono associate malformazioni delle vie biliari; possono esserne responsabili anche le malattie emolitiche croniche, l’obesità perchè associata all’ipercolesterolemia, la resezione ileale, la sindrome di Down, la fibrosi cistica, il morbo di Crohn, la sindrome di Gilbert per difettosa glicuroconiugazione epatica, nutrizione parenterale  o digiuno prolungati, terapie oncologiche; ma dobbiamo pensare anche a infezioni (come da Escherichia Coli causa di tossinfezioni, con ceppi enterotossigeni che provocano  diarrea sanguinolenta e vomiti) e infine a terapie con una cefalosporina di terza generazione (ceftriazone).  Anche neonati a termine e prematuri con decorso complicato possono produrre calcoli da bilirubina non coniugata a causa di infezioni  delle vie biliari. Ma nel 50-60% dei casi la calcolosi è sine causa, cioè idiopatica. 

Composizione: più del 70% dei calcoli è composto da pigmento biliare, seguiti dal colesterolo (nel 15-20%)  e dal bilirubinato di calcio (calcoli misti). La sintomatologia nel 70-75% dei casi, è assente anche per molti anni, per cui la individuazione  di calcoli (di solito alla pubertà) è solitamente un reperto casuale. Altre volte la situazione clinica esplode con una colica biliare classica (dolore nel quadrante addominale superiore destro irradiato, accompagnato da vomito, urine scure e subittero) oppure  si manifesta con dolori addominali ricorrenti; nei bambini più grandi si associa a problemi digestivi per intolleranza ai cibi grassi e sintomatologia addominale  dolorosa aspecifica.  Nei bambini più piccoli possiamo avere pianto con classica retrazione degli arti sull’addome per i dolori addominali e comparsa di un colorito cutaneo itterico; in corrispondenza della zona colecistica la pressione della mano dell’esaminatore desta dolore e difesa addominale (segno di Murphy).

Esami diagnostici: la colecistite, acuta o cronica, si associa spesso a colelitiasi o litiasi biliare. Indagini utili? Sopra tutti un’ecografia epatobiliare anche per individuare eventuali complicanze come la colecistite acuta o per conoscere l’esatta dislocazione dei calcoli o escludere una pancreatite, una Rx diretta addome può evidenziare calcoli radio-opachi, una scintigrafia epatobiliare perchè, qualora fosse impossibile visualizzare la colecisti, ciò sarebbe indice di colecistite. Gli esami emato-chimici sono utili per individuare una colestasi o una sofferenza epato-biliare attraverso il dosaggio di bilirubina, amilasi e lipasi. In genere è presente modesta leucocitosi.

Non occorre terapia nei casi asintomatici  per i quali  basta la sorveglianza clinica ed ecografie epatiche periodiche; si può procedere con esclusiva terapia medica solo se fossimo in presenza di un calcolo unico e di piccole dimensioni con farmaci a base di acido ursodesossicolico. Ma qualora  comparisse la sintomatologia dolorosa deve intervenire la chirurgia procedendo a una colecistectomia in laparoscopia o endoscopia come nella colangiopancreatografia retrograda.

Anche qui sono importanti i genitori (come sempre del resto) che devono parlare con il pediatra di fiducia a) nel caso in cui il bambino accusi doloretti addominali  ricorrenti associati o meno a vomito e subittero evidenziabile dalle sclere (occhi) di colorito giallastro, b) oppure, ma questo neppure a dirlo, in caso di dolore addominale acuto. 

Urolitiasi e colelitiasi.

Quale è la differenza tra i due termini medici?  La differenza risiede nella diversa sede anatomica in cui si formano i calcoli. Nel primo caso si parla di calcolosi renale e delle vie urinarie, nel secondo caso di calcolosi biliare (comprendente cistifellea e dotti biliari). Ne parliamo perché tali condizioni patologiche sono in aumento nei Paesi industrializzati (come si diceva ai miei tempi) in cui il benessere raggiunto dalla maggior parte della popolazione ha portato al cambiamento delle abitudini alimentari e degli stili di vita in relazione alle migliorate condizioni socio-economiche.  Inoltre il maggior numero di casi diagnosticati dipende anche dal miglioramento delle metodiche diagnostiche. Nel corso della prima infanzia la prevalenza dei calcoli è riscontrata nei maschi; la familiarità per urolitiasi si attesta intorno al 75%. Ma quali tipi di calcoli conosciamo? Abbiamo in genere i calcoli di ossalato di calcio (nella maggior parte dei casi), di fosfato di calcio, di cistina e di acido urico.

Per quanto riguarda l’uriolitiasi, la formazione dei calcoli nell’apparato urinario è provocata da due situazioni: 1) precipitazione e aggregazione di sali (soluti) in eccesso, presenti nelle vie urinarie. In questi bambini infatti la nefrolitiasi (o urolitiasi) è dovuta a cause metaboliche con presenza in eccesso appunto di sali sia nel sangue che nelle urine: infatti si parla di ipercalcemia, ipercalciuria, iperuricemia e iperuricosuria e cistinuria.  L’aumentata concentrazione urinaria dei soluti e le variazioni del pH urinario facilitano la precipitazione e la formazione di cristalli. 2) Dobbiamo però aggiungere, dal punto di vista diagnostico, la presenza di anomalie nelle vie urinarie, dovute a malformazioni congenite con conseguente stasi delle urine e infezioni urinarie ricorrenti, difficili da guarire.

Clinicamente il bambino può accusare dolori in sede lombare, ma anche riferiti all’addome; sono il sintomo più frequente, seguito dall’ematuria (macroematuria se sangue evidente a occhio nudo o microematuria, riscontrabile nelle urine solo in laboratorio), difficoltà e dolore nell’urinare (disuria e stranguria) quando ai calcoli si associa (e spesso) un’infezione delle vie urinarie. A volte un bambino può accusare, nel 10% dei casi, nausea e vomito.

I genitori devono ricordare che, nei lattanti e nei bambini piccoli, i sintomi sono sempre più sfumati, diremmo poco specifici; a volte potremo riscontrare irrequietezza, vomiti, ritenzione urinaria e/o doloretti addominali che sembrano, ma non lo sono, poco indicativi. 

Gli accertamenti diagnostici di laboratorio su sangue e urine vanno dal classico esame di urine all’urinocoltura con relativo antibiogramma, ad azotemia, elettroliti, creatininemia, dosaggio di calcio e fosforo e inoltre fosfatasi alcalina, acido urico, protidemia con proteinuria (albumina “osservata speciale”), emogasanalisi, etc. etc. Dal punto di vista della diagnosi strumentale è prevista l’Ecografia addominale e dell’apparato urinario, ma attenzione che non può non bastare per scovare i calcoli di piccole dimensioni infilatisi negli ureteri o per i calcoli radiotrasparenti (come quelli di acido urico o cistina), e in tal caso TC addome senza mdc e Urografia.

Nei casi non complicati basta l’opera del pediatra di fiducia – eventualmente coadiuvato da consulenti nefrologi per la scelta dei farmaci – in quanto si deve adottare una corretta terapia analgesica e 1 o più antibiotici (in associazione tra loro in presenza di germi resistenti). Il pediatra deve anche consigliare un adeguato apporto di acqua distribuito nell’arco della giornata per mantenere il peso specifico (P.S.) delle urine  non superiore a 1010; utile anche l’uso di acque oligominerali e a bassa concentrazione di calcio. La dieta è altrettanto importante perché, se appropriata (ad esempio in relazione al tipo di calcolo), può ridurre il rischio delle recidive e, a volte, sia la sabbiolina sia i micro-calcoli possono essere emessi, diciamo, quasi spontaneamente. 

L’urologo pediatra deve essere chiamato in causa qualora le coliche non migliorino con le comuni terapie antispastiche e si scoprano le succitate malformazioni. La litotrissia extracorporea è possibile nella maggior parte dei casi pediatrici (tasso di successo intorno al 75%). Inoltre la chirurgia laparotomica può intervenire nei casi in cui siano associate malformazioni; altrettanto validissime sono la chirurgia per via endoscopica o la nefrolitotomia percutanea (mediante accesso percutaneo al rene). Nei calcoli pielici, ureterali e vescicali è previsto l’accesso cistoscopico (ureteroscopia).

Domani (1° domenica di agosto) parleremo della calcolosi biliare. Buon fine settimana!

Occhio secco nei minori in estate. Un’APP in aiuto

In estate c’è un rischio ancora maggiore di disidratazione degli occhi per bambini e studenti oltre che per gli anziani. Ormai milioni di bambini e ragazzi trascorrono molto più tempo davanti agli schermi dei loro PC. Perciò occorre usare anche in questo campo prudenza e buon senso. Ecco perchè oggi riferiamo i consigli degli esperti per evitare conseguenze negative alla vista cui aggiungiamo la notizia che “Ora abbiamo un’App Arianna Eye Care”.

Da diversi mesi, anche a causa della chiusura delle scuole determinata dalla pandemia COVID-19, oltre 1 miliardo di studenti in tutto il mondo è a casa (Fonte UNESCO). Molti di questi seguono le lezioni a distanza tramite il  web. Quindi il tempo di esposizione agli schermi si è moltiplicato in maniera esponenziale e le attività di Smart-learning sono divenute obbligatorie per il proseguimento della didattica scolastica ed universitaria. Gli esperti internazionali della Società Scientifica americana  TFOS (Tear Film & Ocular Surface Society) hanno deciso di realizzare un video destinato proprio agli studenti e ai loro genitori per insegnare l’importanza delle pause dagli schermi e come riposare gli occhi con la regola 20-20-20.

Il Prof. Stefano BARABINO, direttore del Centro Superficie Oculare e Occhio secco dell’Ospedale L. Sacco di Milano intervistato per la rivista  TAke care di Lei, ha affermato: “L’esposizione prolungata a schermi digitali determina una più rapida evaporazione del film lacrimale, quel sottile strato di liquido che riveste la superficie oculare. Il motivo risiede nello scarso o incompleto ammiccamento (blink in inglese): gli occhi vengono strizzati meno di frequente e questo rallenta la diffusione del film lacrimale sulla superficie dell’occhio con conseguenze che vanno dall’affaticamento al bruciore, dall’irritazione al dolore. Se lo stimolo persiste a lungo questo provoca una infiammazione che può diventare cronica. Gli studi hanno dimostrato che la visione di fronte a schermi digitali determina una diminuzione del rateo di ammiccamento del 40%”.

La sintomatologia perciò consiste in bruciore, ma anche in prurito. In altri casi, in presenza di una patologia autoimmune come la Sindrome di Sjogren, in cui c’è una riduzione della produzione di lacrime, i disturbi assumono caratteristiche temporalmente diverse e dalla diversa gravità. Sbattere le palpebre serve a mantenere intatto il film lacrimale, un sottile strato di acqua e lipidi (grassi) sulla superficie dell’occhio che ci fa vedere nitidamente e ci protegge da corpi estranei e sostanze irritanti. Fissare gli schermi per periodi prolungati di tempo significa sbattere le palpebre meno frequentemente e aumentare il rischio di sviluppare i sintomi della malattia dell’occhio secco.

Per questo è fondamentale che la diagnosi sia fatta dall’oculista pediatra se si tratta di ragazzi in modo che il trattamento sia poi seguito correttamente. Per questo è stato creato  un “filo rosso” che colleghi chi soffre di occhio secco allo specialista. Ciò attraverso una App per smartphone per esempio. Si chiama Arianna Eye Care. “Le terapie oggi disponibili richiedono tempi lunghi (mesi, ndr) per dimostrare la loro efficacia e questo fa sì che spesso il paziente si senta in qualche modo abbandonato o poco seguito dal medico oculista: la percezione è che talvolta il medico abbia difficoltà nel comprendere le reali condizioni di disagio del paziente e a trovare una terapia adatta – spiega Maurizio Rolando, Presidente del Registro Italiano dei pazienti con Disfunzione Lacrimale e Professore di Oftalmologia presso IsPre Oftalmica di Genova”.

Durante la visita il medico può fornire al paziente un link dal quale scaricare la App. Questa manderà in tempi stabiliti delle notifiche al paziente, chiedendogli di segnalare, in modo molto semplice come sta. Basterà infatti solo schiacciare un pulsante costituito da un simbolo tipo smiley, scegliendo tra le alternative disponibili quella che più rappresenta le sue condizioni al momento, sia per quanto riguarda la frequenza, che l’entità del disturbo. Il paziente potrà inoltre segnalare se i suoi sintomi sono cambiati in meglio o in peggio rispetto al periodo precedente e se sta utilizzando costantemente la terapia prescritta o se ha cambiato farmaco e/o posologia. Oggi infatti gli agenti utilizzati nella terapia sono moltissimi, ma non tutti uguali. Avere il parere dello specialista è sempre fondamentale, anche via smartphone.

“E’ ormai noto che ogni minore di 18 anni accede ai social media innumerevoli volte al giorno e anche i contenuti video che prima erano fruiti in televisione oggi si vedono sugli schermi degli smartphone – ribadisce Barabino – Questo significa una enorme quantità di visione da vicino che porta a stanchezza oculare e disturbi della visione di varia entità che possono avere un impatto sullo sviluppo fisico, sociale ed emotivo”. “La malattia dell’occhio secco è un disturbo che osserviamo sempre più nella popolazione dei giovanissimi e non solo nella popolazione anziana o nelle donne nel periodo che segue la menopausa”, ha precisato Amy Gallant Sullivan, Executive Director TFOS.

Troppo spesso liquidata come disturbo lieve e passeggero, la gestione dell’occhio secco è stata relegata in passato a disturbo secondario e i pazienti lasciati alla ricerca di rimedi che si limitassero ad alleviare i sintomi. Anche grazie a due documenti fondamentali realizzati da TFOS, il DEWS I e II, e riconosciuti a livello mondiale, il modo in cui viene diagnosticata e gestita la malattia è radicalmente migliorato. Esperti dell’occhio secco di fama internazionale della TFOS raccomandano di seguire la regola 20/20/20: a) Ogni 20 minuti di visione da vicino fissa un punto lontano 20 piedi (6 metri) per almeno 20 secondi; b) ogni 20 minuti chiudi le palpebre e poi strizzale leggermente per 2 secondi svolgendo un ammiccamento. Questa semplice azione ripristina il film lacrimale, riattiva la vista a distanza e riposa veramente gli occhi!

Il Prof. Alberto Villani dirigerà anche il DEA dell’OPBG

Notiziario

Il Prof. Alberto Villani, da domani,  1° agosto, assumerà l’incarico di Direttore del Dipartimento d’Emergenza e Accettazione Pediatrica (DEA di II livello) dell’OPBG Roma

La notizia  è di  qualche ora fa. Dal 1° agosto, cioè da domani il nuovo Direttore del DEA Pediatrico di II Livello dell’OPBG di Roma sarà il Prof. ALBERTO VILLANI  presidente della SIP.  Si aggiunge un altro incarico prestigioso ed oltremodo oneroso in quanto l’illustre Collega dovrà coordinare le attività di 1 Unità Operativa Dipartimentale,  4 Unità Operative Complesse 5 Unità Operative Semplici, dove si svolge attività di pronto soccorso pediatrico, di emergenza e rianimazione di bambini e ragazzi in regime di urgenza, con insufficienza delle funzioni vitali, con qualsiasi tipo di patologia, medica, chirurgica o traumatologica, di cui circa il 10% con patologie a elevata complessità. Sono previsti percorsi dedicati per i “pazienti fragili”, ossia quei bambini affetti da patologie severe. 

Il DEA di II livello con sede a Roma e a Palidoro è operativo 24 ore su 24 per l’assistenza in emergenza e urgenza  E’ uno dei principali e più qualificati centri di emergenza pediatrica in Italia, con circa 90.000 accessi ogni anno.

Nella “Rete dell’Emergenza Pediatrica” della Regione Lazio, il DEA del Bambino Gesù è Centro Hub per l’AREA 2, in cui risiedono oltre 450.000 bambini di età compresa tra 0 e 14 anni.

Come DEA pediatrico di II livello è Centro di riferimento (hub) nella rete dell’Emergenza della Regione Lazio per i Centri che vi afferiscono (spoke) per le patologie pediatriche complesse e acute ad elevata complessità. 

Oltre che pazienti provenienti dal territorio, il Dipartimento prende in carico anche tutti i bambini e i ragazzi che, per le gravi e complesse condizioni di salute, necessitano del trasferimento da altri ospedali regionali o extraregionali, previo accordo tra strutture.

Gli amici e sostenitori dell’ANABO onlus e di questa  redazione  plaudono alla nuova prestigiosa nomina e si stringono intorno al Prof. VILLANI  per congratularsi con Lui ed esprimergli incondizionata stima e gratitudine per quanto ha fatto e sta facendo per la Pediatria Italiana.

La Redazione

Toscana: in rete farmacie, infermieri e caregiver

Dalla Redazione DOTTNET/Farmacia  –  28/07/2020 

NDR. Abbiamo parlato, in occasione della Giornata dedicata alla eliminazione delle epatiti virali, del nuovo ruolo che potrebbero ricoprire le Farmacie, servizio dall’alto livello qualitativo, in rete con altre figure professionali territoriali, per la somministrazione dei test salivari per screenare soggetti infetti dai virus epatitici sull’esempio recentissimo dei tamponi utilizzati per individuare il coronavirus; le farmacie potrebbero supportare gli attuali asfittici servizi ASL (leggi liste d’attesa) con professionalità per scoprire soggetti infetti asintomatici che sono un pericoloso veicolo di diffusione dei virus dell’epatite. In questa fase riorganizzativa l’atteso flusso di denaro in arrivo dall’Europa dovrebbe costituire un toccasana consentendo nuove assunzioni di personale socio-sanitario e un miglioramento della qualità di tale servizio. 

Ed ecco l’articolo di Dottnet che, tempestivamente come è suo costume, individua la Toscana come Regione pilota in questa nuova organizzazione dei servizi di screening territoriali tramite Farmacie, senza i quali le indagini di carattere preventivo non raggiungerebbero lo scopo.Tra gli obiettivi c’è anche la presa in carico, a supporto dei servizi sanitari territoriali, di alcuni esami diagnostici e di telemedicina, tramite la rete territoriale creata dalle farmacie convenzionate.

La Farmacia diventa sempre più un presidio per la tutela della salute pubblica affiancando, alla distribuzione del farmaco, la funzione di supporto professionale sanitario al cittadino con il coinvolgimento dei medici territoriali. E’ un nuovo modello di farmacie in rete che nasce dalla collaborazione tra Regione, ASL e Farmacie territoriali, come riporta il quotidiano La Nazione.

Un accordo che si pone l’obiettivo di sviluppare una serie di servizi rivolti al paziente cronico, in collaborazione con i medici di famiglia e i medici specialistici di riferimento per le patologie croniche, nel quadro di un’assistenza domiciliare, per la quale la farmacia si avvale anche della collaborazione di infermieri, di caregiver e di volontari socio-sanitari. Tra gli obiettivi anche la presa in carico di alcuni esami diagnostici con il potenziamento della Telemedicina tramite la rete territoriale delle farmacie convenzionate, a supporto dei servizi di prevenzione.

L’accordo definisce le modalità operative della Sperimentazione del “Servizio in farmacia”, che partirebbe con 1) il monitoraggio dell’aderenza alla terapia farmacologica da parte dei pazienti con bronco-pneumopatia cronica ostruttiva, 2) il servizio di telemedicina, 3) ulteriori attività da sviluppare come i prelievi e la consegna nominativa o utilizzo in loco di test per screening per coronavirus e per epatiti come detto sopra ma anche per la prevenzione oncologica, 4) senza tralasciare le vaccinazioni. Quindi si potenzieranno la verifica e la prevenzione, con capillarità, sul territorio. Vi è l’opportunità di ridurre le liste di attesa legate a queste tipologie di esami tramite le farmacie comunali per cominciare, collaborazione che si è dimostrata centrale per l’erogazione dell’assistenza sanitaria durante il Covid.

E questo è solo l’inizio di una strategia che si pone l’obiettivo  di portare a pieno regime un Modello di farmacia dei servizi in grado di migliorare, qualitativamente e quantitativamente, l’approccio alla prevenzione e alla cura, riducendone nel contempo i costi sociali, perché in alternativa, in caso di bisogno, c’è il privato.

Giornata dedicata alle Epatiti virali

Parte seconda

Sulla prevenzione è incentrata la campagna dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per aumentare la consapevolezza della popolazione nei confronti di queste infezioni virali, che trae nuova linfa dalla Giornata mondiale delle epatiti celebrata ieri. L’OMS ha denunciato: ”E’ grave il fatto che il 42% dei nuovi nati nel mondo non abbia accesso alla vaccinazione contro l’epatite B e che la trasmissione da madre a figlio ancora rappresenti un frequente veicolo di infezione con  i virus dell’epatite”. Sempre secondo l’Oms  25 milioni di persone vivono con asintomatiche epatiti virali B e C, e vi sono circa 1,3 milioni di decessi ogni anno collegati alle loro conseguenze, come cirrosi epatica e cancro al fegato. Il problema è che il 10% delle persone che vivono con l’epatite B e il 19% di coloro che vivono con l’epatite C non sanno di essere infetti.

Il tema di quest’anno è stato «Futuro senza epatite», con una forte attenzione alla prevenzione della trasmissione delle epatiti B e C. Tutti i neonati, raccomanda l’Oms, devono essere vaccinati contro l’epatite B alla nascita, e avere almeno 2 dosi di richiamo. Allo stesso modo, tutte le donne in gravidanza devono essere regolarmente testate per l’epatite B e ricevere cure idonee, se necessario.  I bambini devono crescere sani e non devono soffrire per banali inadempienze dei sistemi sanitari territoriali molto  trascurati negli ultimi anni , soprattutto in Italia. «Potenziare i servizi essenziali per il trattamento dell’epatite durante Covid-19, come l’immunizzazione infantile e il trattamento adeguato dell’epatite B cronica, che erano e sono essenziali anche durante le pandemie» afferma con forza l’Oms che chiede a tutti i Paesi di «unire gli sforzi per eliminare entro il 2030 le epatiti virali che sono una grossa minaccia per la salute pubblica».

A questo proposito riferiamo su alcuni interventi dei nostri Amici Infettivologi (ormai a voi noti per le frequenti presenze in TV chiamati ad aggiornare sul coronavirus) alle Tavole rotonde svoltesi ieri e citate nella prima parte. Secondo gli studiosi la parola d’ordine adesso è: “Lavorare all’adesione agli screening” e l’ISS, coadiuvata dalle società scientifiche competenti, si sta riattivando tenuto conto che  prima del lockdown, l’Italia aveva discrete possibilità di raggiungere l’obiettivo fissato dall’OMS di eliminare l’epatite C entro il 2030, pur avendo il problema rappresentato dalla riduzione degli accessi alla terapia con farmaci ad azione diretta, a causa della mancata emersione del “sommerso”, valutato ancora in centinaia di migliaia di persone, a cui si devono aggiungere i soggetti che, pur sapendo di essere infetti, non hanno ancora potuto o voluto accedere alle terapie. 

Riprendere il processo di eradicazione dell’epatite C significa non solo far ripartire l’attività assistenziale, ma soprattutto dare forza all’impegno per favorire l’emersione del sommerso e pilotare le persone con infezione attiva da HCV verso il trattamento – ha sottolineato il prof.Massimo Galli, ordinario all’Università e direttore UOC dell’Ospedale Sacco di Milano – “Dopo la riduzione di oltre il 90% dell’attività durante il lockdown, i trattamenti stentano a riprendere con il ritmo precedente, nonostante siano passati quasi 3 mesi dal 4 maggio, considerato l’inizio della Fase 2 per la graduale ripartenza del nostro Paese. C’è da aggiungere che la stagione estiva non è favorevole a una efficiente ripresa perché il personale sanitario è molto stanco e, in previsione di un autunno difficile (si teme una nuova ondata di ritorno), dovrà pure prendersi un pò di meritato riposo. Dobbiamo però lavorare affinché si riparta in autunno, includendo anche una strategia incisiva per far riemergere il sommerso”.

“Non abbiamo più problemi di farmaci per cui gli sforzi devono essere indirizzati verso l’emersione del sommerso. In questo momento che si parla di sieroprevalenza pensando al Sar-Cov2, una priorità sono i Decreti attuativi per spendere i soldi del “ Mille Proroghe” contenente i criteri di screening. Inoltre dobbiamo mettere in campo strategie per l’emersione del sommerso. Ma coincidenza (?)  proprio ieri ci hanno comunicato che sono già pronti i Decreti attuativi per iniziare lo screening per fasce d’età.” annuncia il prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT, Ordinario di Malattie Infettive, Università “Tor Vergata” di Roma, che prosegue: “In Italia esiste ancora il sommerso perché non abbiamo fatto grandi sforzi già prima dell’inizio della pandemia. Rimangono però fasce di popolazione come i carcerati e coloro che fanno uso parenterale di droghe, difficili da controllare. È importante anche  trovare, sul proprio territorio, i più efficaci metodi di screening; in tal senso va affrontato ogni tipo di sforzo. Ci sono tante microrealtà e anche modi diversi di utilizzare i test, ad esempio gratuitamente attraverso le farmacie o i test salivari orientativi che, pur con sensibilità ridotta, sono di facile esecuzione.

Il prof. Antonio Craxì, Ordinario di Gastroenterologia, Università di Palermo precisa inoltre che… “è fondamentale semplificare la prescrivibilità del trattamento, in quanto, se siamo rapidi nella diagnosi, possiamo facilitare l’accesso ai trattamenti e dobbiamo far prescrivere i farmaci non soltanto ad alcuni ultra-specialisti ma a colleghi esperti del Servizio sanitario territoriale aumentando il numero di postazioni per ottenere il trattamento adeguato attraverso la riorganizzazione della logistica”. L’esperienza del COVID è servita per dimostrare che si può spingere verso una rilevante de-ospedalizzazione delle cure in molte patologie croniche”. Coerente è poi il suggerimento di Ivan Gardini, Presidente EpaC onlus. “Dovremmo subito coinvolgere il Ministero dell’Istruzione, perché le persone e le famiglie vanno sensibilizzate, partendo dall’infanzia, attraverso le scuole, relativamente all’importanza insostituibile dei vaccini ed alla loro sicurezza ed efficacia”. E aggiungiamo noi di’anabonews perchè non ripristinare il “prezioso” medico scolastico?

Vi sono diversi strumenti che sono stati messi in campo nella lotta all’HCV e se ne aggiungeranno altri, come il test salivare che entro fine anno sarà approvato a livello CE; “Ed allora si dovranno indirizzare i pazienti per sottoporli a questi test nelle farmacie” conclude Giovanni Rezza Direttore Dipartimentale dell’ISS …“L’epatite C è un classico esempio di come la ricerca abbia fatto tantissimo per sconfiggere una piaga cronica, ma per far emergere il “sommerso” dobbiamo studiare meglio le cosiddette key populations o popolazioni speciali – come i detenuti, i tossicodipendenti e i migranti – che risultano maggiormente colpite. Il 2030 è vicino e la recente emergenza sanitaria ha rallentato i progressi realizzati, ma dobbiamo lavorare affinché gli impegni con l’OMS vengano riattivati per raggiungere l’obiettivo entro dieci anni”.

Giornata mondiale contro le Epatiti virali: oggi

In occasione della Giornata Mondiale  promossa dall’OMS nata per farle sparire, si è ribadita l’importanza di ripartire con iniziative e attività per eliminare le epatiti virali guardando oltre il COVID-19. Una tavola rotonda online, dal titolo “HBV e HCV: quale ruolo potrà ricoprire l’Italia? Tra cronaca, attualità e aggiornamento, ipotesi e aspettative concrete di politica sanitaria e ricerca medico scientifica”, sta coinvolgendo istituzioni, società scientifiche, clinici, associazioni dei pazienti, mondo dell’impresa per aggiornare le strategie della ripartenza, riattivare screening e terapie per combattere soprattutto Epatite B e C.

Parliamo di Epatiti, cioè di processi infiammatori delle cellule epatiche, provocati da virus epatotropi, quelli dell’epatite A (HAV), dell’epatite B (HBV), dell’epatite C (HCV), che ha  6 diversi genotipi e oltre 90 sottotipi, dell’epatite D (HDV) e dell’epatite E (HEV), quest’ultima definita nuova zoonosi perchè causata da ingestione di carne cruda di suino, cinghiale o cervo. La trasmissione di HAV e HEV avviene per via orofecale, mentre l’HBV, l’HCV e l’HDV si trasmettono per via parenterale, sessuale o per via verticale da madre a figlio (cioè per via transplacentare).

L’incidenza dell’epatite virale in Italia è in calo, eccetto che per l’epatite E (incremento dei casi autoctoni) e per l’Epatite C, su segnalzione dell’ISS, di cui parleremo brevemente. 

La nostra attenzione sulla HCV dipende dal fatto che quest’anno, oggi: 28 luglio 2020, come ogni anno si sta celebrando la Giornata mondiale delle Epatiti promossa dall’OMS, un’occasione per dare impulso alle attività necessarie per sconfiggerle. Quest’anno il panorama è cambiato perché tutto il mondo è impegnato nella lotta alla pandemia da Sars-Cov-2. Ma l’attenzione dei clinici è sempre rivolta alle Epatiti B e C che possono avere effetti particolarmente gravi, talvolta letali, e vengono considerate una minaccia per la salute pubblica, in quanto se cronicizzano, provocano complicanze nel tempo come la cirrosi e il tumore epatico. L’epatite B può però essere prevenuta con il vaccino e l’epatite C curata con farmaci efficaci e risolutivi. Per questo l’OMS aveva fissato l’obiettivo di eliminare l’Epatite C entro il 2030, un risultato forse ancora possibile soprattutto grazie ai risultati garantiti dai nuovi farmaci antivirali che permettono di eradicare il virus in maniera definitiva, in tempi rapidi e senza effetti collaterali.

Gli sforzi di questi ultimi mesi per fronteggiare la Covid-19 hanno lasciato indietro prevenzione, diagnostica e terapia di tante patologie, mettendo anche in discussione quanto fatto dall’Italia nell’eliminazione della stessa Epatite C. Nella tavola rotonda, organizzata da Aristea, con il contributo “non condizionato” di Gilead Sciences, si cerca di recuperare l’attenzione sul tema. I Paesi che nel 2016 avevano aderito al programma dell’OMS si erano impegnati a eliminare le epatiti virali entro il 2030. I dati OMS in nostro possesso sono  oggi i seguenti: 325 milioni le persone con infezione da epatite B e C e 1 milione 400mila i morti di epatite ogni anno. In Italia, secondo le stime dell’ISS, l’incidenza dell’epatite C era scesa da 5 casi/100.000 nel 1985 a 0,2 casi/100.000 nel 2016; anche l’incidenza dell’epatite  B era scesa da 12 casi/100.000 nel 1985 a 0,6 casi/100.000 nel 2016.

Nel 2019 il SEIEVA (Sistema Epidemiologico Integrato delle Epatiti Virali Acute) coordinato dall’ISS ha registrato una riduzione dell’incidenza dell’epatite A rispetto al 2018, mentre per l’epatite B e C i tassi restano stabili, al di sotto di 0,5 casi per 100.000. L’allarme invece è scattato per il picco raggiunto dall’epatite E con un numero di casi segnalati raddoppiato rispetto all’anno precedente. Un incremento che costituisce un campanello di allarme e che impone un monitoraggio attento nei prossimi mesi. E già nel 2019, in 4 Regioni pilota, è iniziata la sperimentazione di una nuova piattaforma specifica per l’approfondimento epidemiologico sui casi di epatite E. 

Dunque “Investire nell’eliminazione delle Epatiti virali“, è l’impegno, confermato da gran parte delle Nazioni aderenti alla odierna Giornata mondiale, di eradicare l’epatite omnicomprensiva, che non dimentichiamolo, è la seconda principale malattia infettiva killer dopo la tubercolosi; le persone si infettano 9 volte di più rispetto all’HIV. Inoltre le epatiti B e C possono rimanere per molti anni asintomatiche ma, se non trattate, con il tempo possono degenerare e dare gravi complicanze (cirrosi e tumore epatico).

Oggi uno dei principali ostacoli all’eliminazione di questa patologia è proprio il gran numero di soggetti che vivono asintomatici, per anni, con l’epatite, inconsapevoli di esserne affetti. Sono le persone tra i 45 e i 60 anni di età ad avere maggiori probabilità di venire a contatto inconsapevolmente con i virus. Il rischio aumenta se ci siamo sottoposti ad altri fattori di rischio come interventi chirurgici, trasfusioni, tatuaggi, ecc. Perciò riuscire a diagnosticare l’infezione nelle persone ignare e inconsapevoli è oggi la sfida principale nella lotta alle epatiti virali. Per poter rilevare la presenza del virus dell’epatite, basta un semplice test e la diagnosi precoce può salvare diverse vite umane. L’epatite C oggi può essere curata con successo e l’epatite B può essere prevenuta con la vaccinazione.

E per quanto riguarda i bambini? Anche loro sono coinvolti. La modalità di infezione perinatale dipende dalla trasmissione (detta verticale) da madre infetta, ma anche per trasfusioni di sangue o di prodotti ematici o per trasfusioni da donatori infetti (aghi infetti, tatuaggi, piercing e agopuntura in condizioni igieniche non ottimali) oppure per via sessuale (nei paesi del 3° mondo, ma non solo). La forma acuta è rara nel bambino, mentre la persistenza nel siero del virus HCV-RNA per oltre 6 mesi nei bambini di età superiore a 2 anni porta alla cronicizzazione con evoluzione verso la fibrosi epatica. Per la diagnosi abbiamo a disposizione due test: 1) la ricerca di anticorpi anti-HCV presenti dopo circa 3 mesi dall’esposizione e 2) la ricerca degli acidi nucleici mediante PCR; i livelli di RNA virale servono anche per monitorare la risposta alla terapia, che va somministrata ai bambini con insufficienza epatica  acuta e iniziali segni di cirrosi; conosciamo bene l’Interferone e la Ribavirina: la risposta alla terapia dipende dal genotipo 2 o 3 (maggior successo, nell’80-84% dei casi) rispetto al genotipo 1 (45%, da Ugazio e coll.). La cura, da protrarre per 6 mesi e/o fino a 1 anno, comporta  purtroppo sgradevoli  effetti collaterali (febbre , cefalea, anoressia, nausea e vomito , DAR, mialgie). Importante è che i bambini  siano curati in Centri specializzati di Infettivologia pediatrica, dove si deve escludere la possibile concomitanza con l’infezione da HIV. Concluderemo domani con la seconda parte