In Inghilterra, infettati nonostante il vaccino anti-covid?

 Rassegna stampa. DottNet questa domanda si pone il 1° maggio, che merita una risposta, perciò vediamo che cosa è successo. Si tratterebbe di contagiati prima di avere raggiunto l’immunità. Questa è una tesi per cui si deve fare attenzione se si è stati vaccinati da pochi giorni; è confermata l’importanza di mantenere le distanze sociali e di continuare a usare  mascherina con lavaggio mani accurato nei giorni successivi alla vaccinazione perché, per formarsi, gli anticorpi hanno bisogno di almeno 15 giorni a partire dalla seconda dose. Dopo la prima dose non si raggiunge l’immunità  tranquillizzante, anche se le difese cominciano a formarsi. Le persone segnalate in Inghilterra come vaccinate e, nonostante ciò, ricoverate in ospedale per covid-19 sono state probabilmente infettate poco prima o poco dopo la vaccinazione, L’International Severe Acute Respiratory Infection Consortium Clinical Characterization Protocol (ISARIC4C) ha analizzato i ricoveri ospedalieri del Regno Unito dopo l’inizio della vaccinazione covid-19: il 40% dei casi ha sviluppato sintomi di covid-19 0-7 giorni dopo la vaccinazione. Un ulteriore 19% ha sviluppato sintomi 8-14 giorni dopo la vaccinazione. Il periodo di incubazione mediano per SARS-CoV-2 è di circa 5 giorni, il che significa che è probabile che molti di questi pazienti siano stati infettati prima che si sviluppasse l’immunità. Dobbiamo poi tenere conto dei gruppi di persone fragili ad alto rischio, come gli anziani vulnerabili, che sono state inavvertitamente infettate subito dopo la vaccinazione attraverso cambiamenti comportamentali in cui presumevano erroneamente di essere immuni.  sono state rilevate una serie di limitazioni e incongruenze nel  rapporto, i numeri assoluti sono molto bassi e le analisi che tengono conto di caratteristiche come il sesso e l’etnia non sono state ancora effettuate. Deborah Dunn-Walters, presidente della task force covid-19 presso la British Society for Immunology e professore di immunologia presso l’Università del Surrey, ha dichiarato: “Secondo questo documento, la maggior parte dei ricoveri per covid-19 post-vaccinazione avviene nella finestra di 1-14 giorni, quando la protezione dal vaccino non è ancora completamente attivata. Ciò deve esortare a mantenere le distanze sociali, anche dopo la vaccinazione, per ridurre al minimo il rischio di contrarre SARS-CoV-2 prima che la protezione immunitaria sia attiva. Un numero molto esiguo di persone è stato ricoverato in ospedale 21 giorni dopo la vaccinazione, e sono queste persone che si devono esaminare meglio per capire perché il vaccino non ha offerto una protezione completa”. 

Arriva il 5 maggio un’altra notizia  abbastanza sconfortante dal  QN (Quotidiano nazionale) “Covid, casi di infermieri contagiati dopo seconda dose di vaccino”. La denuncia di De Palma, presidente del sindacato Nursing Up: “Non abbiamo ancora letto indicazioni ufficiali da parte del ministero” della Salute e continuano a registrarsi “casi di infermieri contagiati tra i vaccinati contro Covid, ma non abbiamo ancora i bollettini ufficiali del Ministero” della Salute, che regolamentino preventivamente le procedure relative alla terza dose” di vaccini “la cui copertura dura 6 mesi”. Denunciamo anche “la mancanza di politiche di programmazione tempestive e omogenee, come gli screening di misurazione del livello anticorpale sul personale sanitario, che è stata chiesta  alle ASL”. 

E SKY TG24 qualche ora fa scriveva: “Dopo il recente caso di alcuni infermieri risultati positivi alla variante inglese del coronavirus nonostante la doppia dose di vaccino ricevuta, alcuni esperti hanno chiarito: “Il fatto che una persona immunizzata possa essere colonizzata dal virus non sorprende: il vaccino impedisce la replicazione del virus, ma non che il soggetto venga infettato”, ha riferito Massimo Andreoni, primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma. Ma  è molto confortante che  tra loro, due hanno manifestato sintomi molto lievi, tra cui tosse e mal di testa, gli altri nessun sintomo.

Sull’argomento anche l’Adnkronos ha raccolto di recente i pareri di altri esperti. “Le positività al Covid-19 che si stanno riscontrando in alcuni vaccinati erano prevedibili e preannunciate. Non è mai stato dichiarato, né dagli enti regolatori quali l’Agenzia europea del farmaco Ema o l’Agenzia italiana nel farmaco Aifa, né dai vari esperti, che il vaccino proteggesse dall’infezione: il vaccino protegge dalla gravità della malattia, dall’andamento patologico dell’infezione, ma non dalla possibilità che il virus possa infettare“, ha commentato Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. L’ipotesi, da convalidare dopo una serie di studi tuttora in corso, è “che l’infezione che potrebbe verificarsi nei vaccinati produca una carica virale bassa e che quindi sia probabilmente poco infettante, anche se non ci sono le prove. Tant’è vero che più volte abbiamo raccomandato di mantenere le misure anti-contagio perché, soprattutto nei confronti di pazienti anziani o fragili, potremmo diventare vettori di infezione anche se vaccinati”. Secondo Massimo Andreoni questi particolari casi di persone vaccinate con due dosi, ma risultate poi positive al Covid-19, “è un fenomeno da tenere sotto controllo”, ha detto. “Il fatto che una persona immunizzata possa essere colonizzata dal virus non sorprende, perché il vaccino impedisce la replicazione del virus, ma non che il soggetto venga infettato”. Questo processo possa accadere “non solo con i vaccini anti-Covid, ma anche con gli altri vaccini che impediscono ai virus di replicarsi”.

Ed ancora un altro primario di un’UOC di T. subintensiva di un ospedale milanese ha dichiarato. “Questi fatti dimostrano l’importanza del vaccino perché senza di esso uno degli infermieri sarebbe finito in ospedale. Quando si dice che il vaccino è efficace nel 93% dei casi si intende che è escluso il rischio di sviluppare la polmonite che può portare all’ospedalizzazione”, ha spiegato. La variante inglese è solo più contagiosa. In sostanza una volta che si è vaccinati, il virus non sviluppa una malattia grave”; è importante segnalare che anche dopo essere stati vaccinati, bisogna continuare ad utilizzare i dispositivi di protezione e le distanze sociali”. Secondo l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud della Fondazione italiana di medicina personalizzata “il vaccino non è una cortina impenetrabile per il virus; ad oggi, non ci sono evidenze che i vaccinati non si possano infettare, magari senza sintomi di alcun genere, e quindi contagiare altre persone”. 

NDR. Quindi cari AMICI, al di là delle ipotesi e teorie degli esperti, mantenete la barra del comportamento senza tentennamenti: “anche dopo esservi sottoposti alla 2° dose di vaccino fino a che il virus circola, mutato frequentemente e velocemente  (tra le famose varianti, ci mancava l’indiana…) siate prudenti quasi come non foste vaccinati, almeno per qualche mese ancora!  Ma il vaccino è una salvezza comunque. Ricordatevelo. Quello di continuare a essere prudenti ci sembra un consiglio da condividere soprattutto adesso che vi è la possibilità di tornare a una vita quasi normale in cui i contatti si moltiplicheranno sia per lavoro che per le sospirate vacanze.  QUINDI VACCINARSI CONVIENE SEMPRE!

Morte in culla: è bene conoscere

Ieri su tutti i quotidiani c’era la notizia della morte di una bambina di 3 mesi figlia di genitori di origini sudamericane, uccisa nel sonno da un rigurgito di latte nelle vie respiratorie. La piccola allattata al seno poco prima, non ha avuto scampo. I medici dell’ospedale di Ostia (RM) hanno, alle 10,30, diagnosticato: “Morte in culla”. Questo era scritto sulla “Cronaca di Roma di un quotidiano  per cui riteniamo importante riprendere questo tema dal punto di vista medico ricordando le raccomandazioni scritte a suo tempo dal Prof. Alberto Giovanni Ugazio con Myriam Mathieu, OPBG per prevenire la SIDS (dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome) o “morte improvvisa e inspiegabile” di un bambino al di sotto di 1 anno di età. È più frequente tra 1 e 5 mesi di età. in Italia si stima che vada incontro a morte in culla 1 nato su 1000; si tratta quasi sempre di bambini apparentemente sani e il decesso si verifica di solito durante il sonno.

Le cause della morte in culla non sono ancora conosciute, ma sono  noti invece alcuni fattori di rischio che aumentano le probabilità che un piccolo bambino possa morire in culla tra cui anomalie di aree del cervello che controllano la respirazione durante il sonno.  

Sono poi noti i fattori ambientali che aumentano i rischi per il lattante come: “dormire prono (a pancia in giù) piuttosto che sulla schiena; dormire con i genitori o con i fratellini, dormire su materassi troppo soffici e sotto troppe coperte; l’esposizione passiva al fumo di sigaretta in casa; l’età della madre inferiore a 20 anni.

Si diagnostica la morte in culla quando si possono escludere tutte le cause di morte conosciute. Questo richiede l’autopsia e un’analisi molto accurata delle circostanze e dell’ambiente in cui il piccolo è morto. Talvolta gli accertamenti praticati permettono di diagnosticare una malattia metabolica caratterizzata dalla presenza nel soggetto di più alterazioni del metabolismo e dell’apparato cardiovascolare. Queste alterazioni, variamente combinate, possono aumentare il rischio di diabete di tipo 2 e di episodi ischemici cardiovascolari. In età pediatrica essa è spesso misconosciuta e la mancanza di criteri che consentano una diagnosi sicura rende difficile la reale stima del problema e l’intervento terapeutico più indicato. La sua frequenza è stimata intorno al 4% nella popolazione pediatrica generale, raggiungendo il 30% nei bambini obesi. Inoltre responsabili sono anche il deficit di acil-CoA deidrogenasi a catena media, l’asfissia, un’aritmia grave, un trauma accidentale o provocato, un’infezione; ma in questi casi, ovviamente, non siamo più di fronte a una morte in culla.

Al momento non siamo in grado di prevenire la morte in culla con la stessa sicurezza con cui riusciamo a prevenire le malattie infettive ad esempio con le vaccinazioni; non siamo neppure in grado di identificare con precisione i bambini a rischio di morte in culla. Abbiamo però le prove scientifiche che alcune misure ambientali – approvate dalla AAP (American Academy of Pediatrics) e dai CDC (Centers for Disease Control and Prevention) – sono in grado di diminuire in misura concreta il rischio che un lattante  possa andare incontro alla morte in culla. 

Le misure utili durante il primo anno di vita per ridurre il rischio di morte in culla sono: 1) mettere sempre il bambino a letto in posizione supina (sulla schiena) sia di giorno che di notte (la posizione dimezza le probabilità della morte in culla): dormire sul fianco non è sicuro e non è consigliabile; 2) allattare al seno protegge dalla morte in culla; 3) utilizzare un materasso a base piatta e solida per la culla o per il lettino coprendo il bambino soltanto con un lenzuolo senza altra biancheria o coperte. I materassi morbidi possono creare delle tasche o infossamenti pericolosi con il rischio di soffocamento; 4) mettere a letto il bambino con una tutina calda, sopra lenzuolino ma senza coperte o piumini; 5) i copri-materassi, utilizzati per proteggere il materasso dalla pipì del bambino, devono essere sottili e perfettamente aderenti al materasso; 6) tenere la culla o il lettino nella stessa camera in cui dormono i genitori fino a 1 anno di età costituisce protezione dalla morte in culla; 7) non dormire mai nello stesso letto con il piccolo – particolarmente pericoloso sotto i 4 mesi di età – e non lasciarlo dormire con i fratellini; 8) non far dormire il bimbo su divani e poltrone: è  molto pericoloso: si  rischia la morte in culla, ma anche di soffocamento e di intrappolamento della testa del bambino tra i cuscini; 9) tenere fuori dalla culla oggetti morbidi come coperte, trapunte, piumini, asciugamani di spugna, cuscini e giochi di peluche; 10) non coprire mai la testa del piccolo con berretti o cuffiette e non lasciare che la temperatura nella culla salga eccessivamente, controllando che il bambino non sudi!; 11) non fumare e non far fumare in casa o in auto; 12) dare il ciuccio quando mettiamo a letto il piccolo per dormire riduce il rischio di morte in culla; 13) non appendere però il ciuccio al collo per evitare il rischio di strangolamento, e neppure appenderlo agli indumenti del bambino; 14) studi recenti dimostrano che i bambini vaccinati regolarmente hanno un rischio di morte in culla inferiore rispetto a quelli non vaccinati.

Infine per le Donne, alcune precauzioni quando sono in dolce attesa: 1) In gravidanza una assistenza sanitaria appropriata e controlli periodici anche ecografici (compresa la morfologica a 21 settimane) riducono il rischio di morte in culla; 2) Non fumare durante la gravidanza (fumare triplica il rischio di morte in culla) e stare lontano dalle persone che fumano; 3) Non assumere alcol e/o droghe.

Le nostre scuse

La Redazione si scusa con l’autrice della scheda sul Botulismo infantile, pubblicata da noi oggi 5.5.2021, erroneamente non citata. L’Autrice è la Dott.ssa LELIA ROTONDI AUFIERO, Unità Operativa di Pediatria Generale e Malattie infettive OPBG, che ringraziamo

Botulismo infantile

Il botulismo infantile è una forma di botulismo che colpisce i bambini nel primo anno di vita. Non è una malattia infettiva e non è contagiosa. ma è dovuta all’azione di tossine prodotte da microrganismi chiamati Clostridi, batteri che sono in grado di trasformarsi in spore, forma particolare che alcuni batteri possono assumere attraverso strati multipli di protezione e trasformando il proprio metabolismo in modo da sopravvivere in letargo anche in ambienti sfavorevoli.

Le spore sono poi in grado di germinare, ossia di ritornare alla forma vitale, quando si vengono nuovamente a trovare in un ambiente favorevole. Quindi la causa del botulismo infantile, diversamente dal classico botulismo alimentare, non è causato dall’ingestione di alimenti che contengono la tossina già prodotta dal clostridium ma dall’azione della tossina botulinica prodotta nell’intestino  dai batteri.

Le spore del Clostridium botulinum possono raggiungere l’intestino per inalazione o per ingestione. Dopo germinazione delle spore, i batteri riprendono a produrre la tossina che viene assorbita e si diffonde attraverso il sangue nell’organismo, provocando i segni tipici del botulismo, ovvero il blocco della trasmissione degli impulsi dai nervi ai muscoli.

Sebbene la fonte di origine alimentare sia la forma infantile da noi più comune, nel mondo la fonte è sconosciuta nell’85% dei casi. In realtà, l’acqua, il cibo (il miele, ad esempio) e il suolo possono contenere spore (o tossine), che però potrebbero anche essere inalate o ingerite, veicolate da polveri ambientali, come avviene ad esempio in ambiente domestico durante le ristrutturazioni. Si può verificare tra la prima settimana di vita e l’anno, ma nel 95% dei casi si verifica nei primi 6 mesi di vita.

In alcuni lattanti, una volta nell’intestino, le spore possono trovare un microambiente favorevole per la germinazione e la produzione della tossina. Non si sa perché si sviluppa in alcuni lattanti e non in altri, magari esposti allo stesso rischio. L’esatta frequenza non è nota, perché spesso la malattia non viene diagnosticata. A livello mondiale, la maggiore frequenza si riscontra negli Stati Uniti con circa 80‑110 casi l’anno e un’incidenza di circa 2 casi ogni 100.000 nati vivi. Seguono l’Argentina, l’Australia e l’Italia con un’incidenza di 0,2 casi per 100.000 nati vivi.

L’Italia presenta la casistica più numerosa nell’ambito dell’Unione Europea. perchè è operativo il Centro Nazionale di Riferimento per il botulismo, fondato nel 1988 presso l’ISS, e poi per la maggiore conoscenza della malattia da parte dei medici, soprattutto nelle strutture ospedaliere pediatriche specializzate.

Il periodo di incubazione dipende dalla dose di tossina. Si stima che l’incubazione vari da 3 a 30 giorni dall’esposizione alle spore, sebbene sia stata descritta in un caso un’incubazione di 38 ore.

La stitichezza è sicuramente il sintomo più comune, seguita dalla paralisi flaccida simmetrica che colpisce via via i muscoli della testa, del tronco e degli arti (Floppy Baby Syndrome) in assenza di febbre. Frequentemente si nota la presenza di un pianto flebile, perdita di controllo del capo, diminuzione dei movimenti dell’occhio fino alla difficoltà a mantenere aperti gli occhi, difficoltà ad alimentarsi per scarsa suzione e difficile deglutizione.

Gli ultimi sintomi a manifestarsi sono la riduzione della capacità di muoversi e la perdita dei riflessi tendinei. La formulazione di una diagnosi certa è complicata da un quadro clinico simile a quello di altre malattie come meningoencefaliti e malattie metaboliche congenite. La Terapia si rende necessario spesso perchè è richiesto preciso inquadramento clinico e terapie appropriate e tempestive: può essere utile la Terapia invasiva di supporto respiratorio; nutrizione enterale o parenterale; Trattamento tempestivo delle infezioni secondarie; Trattamento delle complicanze associate alla paralisi.

L’utilizzo di immunoglobuline specifiche per botulino (BIG-IV)  per via endovenosa è riconosciuto in tutto il mondo come l’unico trattamento specifico per il botulismo infantile, perché è sicuro e in grado di ridurre la gravità della malattia, dimezzare la degenza ospedaliera nonché i costi del ricovero. L’antitossina botulinica è disponibile presso il Ministero della Salute. Il trattamento con l’antitossina è efficace soltanto nei primi giorni dopo l’assunzione dell’alimento contaminato in quanto agisce sulla tossina che si trova nel sangue circolante e non ha efficacia sulla tossina che ha già danneggiato le terminazioni nervose.

Ai fini della prevenzione è utile che i genitori adottino alcuni accorgimenti durante il primo anno di vita del bambino: Evitare il miele; Evitare ambienti molto polverosi, come luoghi in ristrutturazione;

Contattare tempestivamente il pediatra in caso di difficoltà alla suzione e alla deglutizione, debolezza muscolare che va aggravandosi, pianto non valido, stitichezza persistente. La prognosi è severa, in quanto non è esclusa la morte. Tuttavia, il miglioramento delle strategie di prevenzione e delle terapie hanno abbattuto notevolmente la mortalità, che da oltre il 70% dei primi anni del ‘900 è attualmente dell’ordine del 5%.

A seconda della dose di tossina ingerita, le manifestazioni cliniche variano da una sintomatologia sfumata a casi molto gravi che possono concludersi con esito fatale (circa il 5%). La maggior parte dei pazienti va incontro a guarigione dopo settimane o mesi di terapia di supporto. Molto importante la fase di recupero che prevede terapia neuroriabilitativa.

Vaccini per Covid-19: gli allergici gravi possono essere immunizzati?

I vaccini mRNA contro il Covid-19 sono sicuri anche per le persone che soffrono di allergie gravi a cibi, farmaci orali, lattice, veleno di api. Queste sono le conclusioni a cui è giunto uno Studio pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice 2021. L’articolo è stato tradotto, sintetizzato e pubblicato dalla redazione di DottNet. Comunque poichè la prudenza non è mai troppa, un colloquio con il proprio medico curante o con l’allergologo di riferimento lo consigliamo ai soggetti in cura per pregresse gravi manifestazioni allergiche prima di vaccinarsi. Che io sappia per esempio gli antistaminici non sono vietati in corso di vaccinazione, lo sono i cortisonici ma solo perchè questi ultimi abbassano le difese immunitarie.

La Food and Drug Administration (Fda) degli Stati Uniti però sconsiglia di effettuare i vaccini contro il Covid-19 a individui con una storia nota di grave reazione allergica a qualsiasi componente del vaccino stesso che non abbiano effettuato recenti controlli allergologici. 

I Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) consigliano inoltre alle persone con una storia di reazione allergica immediata a un vaccino o a qualsiasi farmaco iniettabile un’osservazione di 30 minuti dopo la vaccinazione per Covid-19. Tutti gli altri individui devono restare in osservazione per 15 minuti.

«Le segnalazioni di possibili reazioni allergiche hanno sollevato preoccupazione nell’opinione pubblica. Per fornire rassicurazione e supporto durante la campagna di vaccinazione globale, gli allergologi devono offrire una guida chiara agli individui sulla base delle migliori informazioni disponibili, anche in conformità con le raccomandazioni più ampie delle agenzie di regolamentazione» spiega Kimberly Blumenthal, del Massachusetts General Hospital, Autrice senior della pubblicazione. I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 65.000 persone immunizzate con i vaccini Pfizer e Moderna, e hanno osservato che le reazioni allergiche gravi sono state molto, ma molto rare. Dopo aver effettuato una stratificazione del rischio, gli Esperti suggeriscono che un triage iniziale con semplici e chiare domande sia sufficiente per identificare chi può ricevere i vaccini, e che non vi sia la necessità di effettuare una visita allergologica preliminare. Solamente gli individui che abbiano avuto una precedente reazione allergica grave al polietilenglicole, uno degli eccipienti del vaccino, devono chiedere consiglio allo specialista, che potrà effettuare dei test per approfondire la questione. «Ma con l’esperienza, siamo in grado di restringere in modo significativo il gruppo di pazienti con precedenti allergie che richiedono una valutazione specialistica prima della vaccinazione Covid-19» conclude Blumenthal. 

Covid, si studiano le due mutazioni della variante indiana (articolo ANSA)

L’ANSA, che ringraziamo, sollecitamente  informa e a noi del centro Italia questa informazione interessa a causa dei focolai scoperti nella provincia di Latina dove vi è una comunità indiana molto numerosa. “Le mutazioni individuate sulla forma più diffusa della variante indiana del virus Sars-CoV2 sono due “sorvegliate speciali” che molti laboratori, anche in Italia, stanno studiando, ricostruendone la struttura 3D, mentre altri, ottenute le sequenze, le confrontano. A destare questo interesse è il sospetto che, alla luce del dilagare della epidemia in India, alla base della rapidissima diffusione del virus vi sia proprio questa variante.

“Stiamo studiando la struttura 3D delle due mutazioni per vedere se siano interconnesse e se l’una supporti l’altra”, ha detto all’ANSA Massimo Ciccozzi, direttore di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare, Università Campus Bio-medico di Roma. Di questa variante, ha detto ancora, “sappiamo molto poco, la stiamo studiando per verificare l’ipotesi che le due mutazioni possano agire in coppia”. 

Una ‘famiglia’ di varianti: la variante che si sta studiando è la B.1.617 ed è comparsa in India nell’ottobre 2020 con la variante B.1.618, che sembrerebbe meno aggressiva. A complicare la situazione c’è il fatto che la B.1.617 ha già una “famiglia”, i cui membri sono le tre versioni chiamate B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3. Di queste “soltanto la 1 e la 3 hanno la doppia mutazione”, spiega Gianguglielmo Zehender ordinario di Igiene dell’Università Statale di Milano

E’ una doppia mutazione sulla stessa proteina? E’ perciò su queste due “varianti della variante” che è concentrata l’attenzione degli esperti; le mutazioni in studio sono la E 484 Q, presente nelle varianti brasiliana (P.1) e sudafricana (B.1.351.V2), e la L 452 R, descritta nella variante californiana (B.1.429). Della prima si sa che “è in grado di sfuggire agli anticorpi, sia a quelli prodotti dal vaccino, sia a quelli prodotti da chi è guarito” e si sospetta che l’associazione con la L 452 R potrebbe potenziarne l’effetto”, osserva il virologo Francesco Broccolo, dell’Università di Milano BicoccaLa variante B.1.617 è stata segnalata finora in una ventina di Paesi; 2 i casi accertati in Italia. “Al momento non sappiamo quale sia la variante indiana identificata in Italia: sarà nota solo quando sarà completato il sequenziamento in corso”,  dice Ciccozzi. 

Anche Zehender osserva che “la variante B.1.617 è ancora sottoposta a indagini e si può ancora dire molto poco in relazione alla sua trasmissibilità e agli effetti che su di essa hanno i vaccini. Sappiamo che circa il 70% delle sequenze genetiche del virus sars-CoV2 caratterizzate finora in India si riferiscono a questa variante, ma è anche vero che questo dato non significa molto, visto che le sequenze ottenute in India sono poche: appena un migliaio su 4 milioni di casi”.

La variante indiana e i vaccini: è noto che la mutazione E 484 Q “è in grado di sfuggire agli anticorpi, sia a quelli prodotti dal vaccino, sia a quelli generati da chi è guarito – osserva Broccolo – e si sospetta che l’associazione con la L 452 R potrebbe potenziarne l’effetto”. In attesa di ulteriori informazioni la prudenza è d’obbligo e, a proposito della capacità di sfuggire agli anticorpi, Broccolo osserva che questi non sono l’unica arma dei vaccini (abbiamo altre armi, gli anticorpi monoclonali ad esempio)e aggiunge:il fatto che la variante indiana B.1.617 sia comparsa in ottobre e che ancora adesso l’India abbia vaccinato solo il 10% della popolazione suggerisce che non sia nata per effetto della pressione selettiva del vaccino“.

Comunque Amici, oggi la migliore arma resta ancora la prevenzione perchè certamente non è la prima variante a fare la sua comparsa, nè sarà l’ultima e le strategie per difendersi, secondo gli esperti, sono almeno tre: 1°) continuare a mantenere mascherine e  distanziamento, mi raccomando; 2°) accelerare le campagne di vaccinazione e 3°) fare le sequenze genetiche del virus per le quali siamo nelle loro mani. Ringraziamo ancora una volta l’ANSA, preziosissima come sempre!

Cosa bolle in pentola nel campo dei vaccini?

Rassegna stampa: Daniela Ovadia, dell’Agenzia Zoe, News mediche Univadis, che ringraziamo, il 30/04/2021 ha pubblicato un articolo di Emily Willingham da Medscape,  di grande interesse.

Nell’ultimo anno, la ricerca sui vaccini – che fino al 2019  era stata lenta – ha ricevuto un forte impulso in quanto l’emergenza di dozzine di candidati vaccini in meno di un anno è stato un evento straordinario per cui avremo un alto numero di armi per combattere le malattie infettive e per parecchio tempo.

Le iniezioni di richiamo/booster servono a proteggere a lungo dall’infezione, ma ci sono anche nuove vie di somministrazione che eliminano il bisogno di iniezioni e modalità di conservazione più semplici che ridurranno il rischio di carenza o esaurimento delle scorte. Vi sono inoltre gruppi di ricerca che si stanno occupando innanzitutto dei problemi legati alla catena di approvvigionamento perché  è prioritario  trovare la soluzione per fare a meno della catena del freddo in modo da garantire la necessaria continuità nella refrigerazione o congelamento a bassissime temperature. Se si riuscisse a conservare i vaccini a temperatura ambiente si potrebbero aiutare molte parti del mondo in cui è oggi difficile garantire la catena del freddo.

Oggi abbiamo essenzialmente due tipi di vaccino anti-covid: 1) I vaccini a RNA messaggero, come Pfizer e Moderna, che sono i più sensibili alla temperatura e per loro si sta lavorando per rendere le molecole stabili anche a temperatura ambiente; 2) I vaccini basati su vettori virali, come Johnson & Johnson e AstraZeneca, “che sono conservati a temperature molto più semplici” dice la prof. Anna Blakney, sviluppatrice di vaccini presso i Michael Smith Laboratories of School of Biomedical Engineering, University of British Columbia a Vancouver, in Canada. Chi ha ricevuto uno dei vaccini a mRNA potrebbe aver già fatto i conti con gli effetti indesiderati comuni come affaticamento,  dolore al braccio, febbre, dolori articolari e brividi, che sono direttamente legati all’RNA messaggero nei vaccini.  Ottimizzare il dosaggio significa ridurre gli effetti collaterali, a parità di efficacia. 3) Ma ci sono già i cosiddetti vaccini a mRNA “auto-amplificanti” attualmente in fase di sviluppo, che contengono molti antigeni per stimolare una forte risposta immunitaria pur infettando meno cellule. Con meno mRNA ma con l’aggiunta di una proteina di replicazione, la molecola può produrre più copie di se stessa una volta all’interno della cellula, con meno effetti indesiderati, spiega Blakney.

E con una forte risposta immunitaria, il richiamo/booster potrebbe non essere necessario. Via via che la vaccinazione si diffonde e la minaccia della mortalità da COVID si attenua, uno dei prossimi obiettivi sarà ridurregli effetti avversi. E se possibile, si potrà fare a meno del tutto degli aghi; al momento in fase di sviluppo ci sono almeno sette vaccini non iniettabili, tra cui una versione del ChAdOx1 nCoV-19 di AstraZeneca (AZD1222).

I vaccini somministrabili direttamente per via nasale potrebbero conferire protezione attraverso la mucosa, con l’ulteriore vantaggio di non richiedere un medico addestrato per la vaccinazione e di indurre gli anticorpi del sistema respiratorio a bloccare il virus prima che si insedi nelle cellule. Altri gruppi stanno sviluppando vaccini in formulazione endorale da ingerire, o in pillole, riferisce il Prof. Poland. “La bellezza di questa soluzione è che possono essere autosomministrati” dice Fuller: “se fossero stati disponibili in farmacia all’inizio della pandemia a quest’ora avremmo chiuso la faccenda”.

Altri ricercatori stanno cercando di mettere a punto un vaccino meta-universale contro virus influenzali e coronavirus, in grado di proteggere da entrambi con una sola immunizzazione, dice Poland, che oggi lavora su vaccini per COVID-19. Si parla di vaccini universali: all’arrivo della pandemia, gli sviluppatori si sono concentrati sulla via più rapida per produrre vaccini, e quindi sulle sequenze spike dei ceppi di virus in circolazione, per ottenere risultati nel modo piщ efficiente. Ma ora i ricercatori hanno il tempo per studiare nuovi candidati pan-coronavirus in modo da colpire le varianti emergenti. Ma probabilmente se ne parlerà tra qualche anno. 

C’è già in vista un primo vaccino pan-virus su cui lavorare: il team del prof. Poland sta sviluppando una versione di vaccino a base di peptidi indirizzato su numerosi antigeni del coronavirus. Anche al Walter Reed Army Institute of Research i ricercatori stanno testando un candidato multivalente in due dosi. La loro piattaforma permetterà l’aggiunta degli antigeni di altri coronavirus per fornire una protezione ampia contro svariati ceppi di coronavirus.

I ricercatori stanno studiando anche l’uso di diverse combinazioni di vaccini per scatenare una risposta immune con un cocktail di antigeni. Un trial di immunizzazione sequenziale con il vaccino a mRNA di Pfizer e con gli adenovirus di AstraZeneca è in corso nel Regno Unito. Per i vaccini a mRNA, si potrebbe produrre un cocktail con numerose sequenze di mRNA che codificano diversi frammenti del virus, spiega Blakney. Ma quanta protezione occorre? Non si sa se vi sono specifici livelli di anticorpi che indicherebbero una protezione sufficiente; comunque sono in corso studi per  individuare un livello target per gli anticorpi.

Insomma molta acqua bolle in pentola!

L’importanza dei bilanci di salute

Quando cominciai a fare il pediatra, negli anni ‘60, non c’era la pediatria di famiglia e i bambini, di solito una volta l’anno, erano portati a visita dal pediatra, uno specialista per verificare la loro buona crescita e l’assenza di malattie. Il medico visitava e percepiva il compenso dalle varie mutue (INAM, INADEL, ATAC, Commercianti, Artigiani) in base alle visite ambulatoriali o domiciliari effettuate (a notula). Ho ritrovato questo richiamo storico in un articolo pubblicato dal Meyer di Firenze e scritto dalla collega, pediatra di famiglia Angela Pittari.

Poi negli ultimi quaranta anni è arrivato il pediatra di famiglia e l’assistenza neonatale, infantile e adolescenziale in Italia è diventata sempre più capillare. Grazie alle moderne acquisizioni medico-scientifiche, siamo stati sempre più attenti alla prevenzione e all’educazione alla salute garantita sul territorio dagli specialisti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). L’assistenza medica è divenuta efficace su tutto il territorio per tutta l’infanzia e adolescenza con un confortante gradimento da parte delle famiglie italiane.

I bambini oggi in Italia, dalla nascita ai 14-16 anni, vengono sottoposti dal pediatra di famiglia (figura medica, assente nel resto d’Europa) a visite periodiche previste da un programma di sorveglianza sanitaria ben definito. Tutti i bambini sono controllati a scadenze definite (bilanci di salute o BdS) al fine di prevenire o di cogliere, il più presto possibile, segni di patologie serie o invalidanti, per le quali una diagnosi e quindi una terapia precoce sono in grado di modificare l’evoluzione stessa del problema. I BdS sono programmati in base a un calendario, pressocchè identico nelle varie regioni italiane, con un’alta frequenza nel corso del primo anno (0-3-6-8-12 mesi), progressivamente ridotta negli anni successivi (18 mesi-3-6-10-14 anni).

A ogni bilancio, nel corso dei primi anni di vita si valutano:

  • la capacità motoria del bimbo (movimenti spontanei senza un’apparente finalità che normalmente devono essere ricchi, variabili ma armonici);
  • la funzionalità motoria (funzioni che si perfezionano nel tempo come il controllo della testa e del tronco, il portare le mani alla bocca, il fermarsi e prestare attenzione, lo stare seduto senza appoggio, la deambulazione autonoma, la manipolazione fine);
    • in caso di lesione del Sistema nervoso centrale (SNC)si riscontrano invece alterazioni del movimento, che sarà ridotto o francamente patologico e della funzionalità motoria che sarà ritardata e/o alterata;
  • la capacità relazionale, che comprende lo sviluppo del linguaggio (dai primi vocalizzi alle prime paroline, dalle frasi incomprensibili ai discorsi strutturati), lo sviluppo cognitivo (il progressivo crescere e rafforzarsi delle capacità intellettuali rispetto all’ambiente esterno), lo sviluppo psico-affettivo e sociale (interazione tra la maturazione fisica e la realtà esterna che impone al bimbo nuovi comportamenti influenzati dalle caratteristiche culturali, etniche e sociali della famiglia).

Sempre in occasione dei BdS dei primi anni, a ogni fascia di età vengono rilevati eventuali segnali di allarme di un possibile disturbo dello sviluppo psicomotorio, che meritano una rivalutazione o una eventuale visita specialistica per una diagnosi più precisa. Quando il bambino è da ricontrollare, è di fondamentale importanza la collaborazione tra il pediatra e i genitori, gli unici in grado di riferire sul mancato miglioramento o regressione delle capacità del bimbo o ancora sulla comparsa di sintomi aggiuntivi che possono aiutare a definire la diagnosi. Nello stesso tempo, il pediatra darà ai genitori informazioni precise, coerenti e ordinate su cosa è possibile fare e su cosa non è ancora possibile fare in quella particolare età evolutiva del bimbo (ad esempio: a circa 8 mesi il bimbo può stare a sedere senza appoggio ma ciò non è ancora possibile a 6 mesi; a circa 18 mesi sa fare il gioco del cucù e si diverte ma a 12 mesi se non vede la mamma nel suo campo visivo piange).A volte è tormentato il distacco dal seno o dalla tettarella del biberon, mentre altri bimbi sembrano impazienti di assaggiare alimenti nuovi. I BdS offrono dunque al pediatra anche l’opportunità di sostenere i comportamenti dei genitori nel promuovere la qualità dello sviluppo psicomotorio, che nella loro variabilità dipendono certamente da fattori legati al bambino (geneticamente determinati o derivanti dal tipo di gravidanza o dal tipo di nascita), ma anche da fattori ambientali (epigenetica): le relazioni con i genitori in primis, e con gli altri adulti di riferimento (nonni, baby sitter, educatori, ecc.); le esperienze offerte in ambito familiare che vanno modificate nel tempo per andare incontro alle sue mutate abilità motorie, alla sua aumentata autonomia.

Per quanto riguarda gli adolescenti (11-16 anni) gli obiettivi fondamentali dei BDS, prima del passaggio al medico degli adulti, sono: creare o rafforzare il rapporto di fiducia mediante un dialogo diretto con il ragazzo o la ragazza., ricercare la presenza di problemi socio-familiari che possano influenzare l’equilibrio dello sviluppo psico-relazionale, ricercare eventuali segni di maltrattamenti/violenze o trascuratezza, eventuali problemi di natura psico-relazionale in ambito familiare, ricercare eventuali problemi psico-relazionali, individuare eventuali problemi di natura organica, attuare interventi di educazione alla salute come prevenzione degli incidenti, fumo, droga, corretta alimentazione, abitudini di vita, sessualità.

I guai da dislipidemia iniziano nell’infanzia

Per dislipidemia si intende un livello elevato di lipidi (colesterolo e/o trigliceridi) e/o un basso livello di HDL (lipoproteine plasmatiche, formate da una proteina coniugata con una componente lipidica ad alta densità).

Io ricordo di avere avuto molti interessi verso le ultraspecialità, tutte affascinanti per la mia vita di pediatra, come l’oncoematologia e la neonatologia,  ma nel settembre 1965, grazie ai compianti Proff. Emiliano REZZA ed Ettore CARDI, Policlinico Umberto I, Università La Sapienza) che stavano studiando questa materia nel reparto Primo Lattanti, mi sono dedicato per alcuni anni, con l’umiltà del ricercatore, allo studio gascromatografico della composizione in acidi grassi dei lipidi eritrocitari in varie condizioni fisiopatologiche del neonato fino al divezzo. L’assetto lipidico dell’infanzia solo da poche menti illuminate era allora ritenuto responsabile di patologie cardiovascolari. Tale ipotesi fu poi confermata dagli studi successivi sviluppati, fra gli altri, dal glorioso Prof. Giorgio BARTOLOZZI, indimenticato Maestro di Pediatria e di vita professionale.  

Egli già diceva circa 15 anni fa: “Le malattie cardio-vascolari rappresentano la causa di morte più frequente nei Paesi industrializzati; esse si manifestano soprattutto in età adulta (ci riferiamo all’arteriosclerosi), ma è ormai dimostrato che il processo arteriosclerotico inizia precocemente nella vita e progredisce anno dopo anno. Non vi è dubbio che in questo processo è presente una forte componente genetica, che è alla base della suscettibilità individuale, ma i fattori ambientali (ecco di nuovo l’epigenetica), come l’alimentazione e gli stili di vita, sono ugualmente importanti nel determinare il decorso della malattia”.

Ebbene questo grido d’allarme può essere ribadito e rilanciato ancora oggi e con esso si sottolinea l’importanza nei bambini (di solito dopo i 9 anni) di effettuare lo screening dei  lipidi e delle lipoproteine nel sangue. Numerosi dati epidemiologici sottolineano la predisposizione verso le malattie cardiovascolari dell’adulto a seguito di 1) eccessiva assunzione di grassi saturi e trans, di colesterolo e di carboidrati  in eccedenza fin dall’infanzia,  2) obesità, 3) sindrome metabolica/insulino resistenza e 4) ridotta attività fisica. Oggi conosciamo bene i fattori metabolici che possono rappresentare rischi per le malattie cardiovascolari dell’adulto che sono l’alta concentrazione delle lipoproteine a bassa densità (LDL); la bassa concentrazione delle lipoproteine ad alta densità (HDL); la pressione arteriosa elevata, il diabete mellito tipo 1 e 2, il fumo di sigaretta tra gli adolescenti, l’obesità.

Studi autoptici ed epidemiologici su ragazzi da 15 anni in su, morti per cause accidentali, hanno dimostrato che il processo arteriosclerotico inizia già nei bambini.Il primo reperto arteriosclerotico inizia con la comparsa di strisce grasse all’interno delle arterie, caratterizzate dall’accumulo di macrofagi, pieni di lipidi, nell’intima delle arterie. La progressione dell’arteriosclerosi è caratterizzata dal progressivo accumulo di macrofagi pieni di lipidi e dalla proliferazione di cellule muscolari lisce della parete dei vasi, che migrano nell’intima delle arterie e formano una lesione, chiamata placca fibrosa, che è responsabile successivamente di esiti clinici gravi, come l’infarto del miocardio e lo stroke ischemico, sia per l’ostruzione del lume delle arterie, che per la rottura della placca la quale può liberare sostanze trombogene.

Gli studi autoptici hanno riguardato soggetti in cui è stata anche ricercata la concentrazione di colesterolo, insieme agli aspetti patologici vascolari causati dall’ipertensione arteriosa. Da questi studi è stao confermato che l’estensione delle strisce grasse e delle placche fibrose dell’aorta e delle arterie coronarie è associata a un aumento dei due principali fattori di rischi, come l’innalzamento dei livelli di colesterolo e della pressione arteriosa. Ma se non bastasse, in altri studi  è stato dimostrato che l’estensione sulla superficie dell’intima delle arterie di strisce grasse e di placche fibrose aumenta con l’età e risulta associata, in modo significativo, con l’innalzamento del livello di colesterolo totale, di LDL (lipoproteine a bassa densità) e di trigliceridi concentrazioni superiori a 150 mg/l), insieme con un abbassamento della concentrazione delle HDL (lipoproteine ad alta densità) inferiore a 35 mg/dl. Inoltre l’aumento delle lesioni arteriosclerotiche sarebbe correlato con i fattori di rischio per malattie cardiovascolari come la dislipidemia, l’innalzamento della pressione arteriosa e l’obesità. Lo sviluppo dell’arteriosclerosi si può seguire con esami specialistici non invasivi come l’ecocolordoppler dei tronchi sovra o epiaortici oppure angiografie per valutare l’ispessimento dell’intima-media (IMT). E’ stato dimostrato che in giovani adulti (30-40 anni) l’ispessimento dell’intima-media delle carotidi si associa ad aumento della concentrazione di colesterolo totale ed all’innalzamento della pressione arteriosa (inizialmente anche la p. minima) nel bambino.

Ed ancora, è stata confermata la relazione  fra la presenza di fattori di rischio nell’adolescente e la presenza subclinica di arteriosclerosi nell’età adulta; ciò è stato confermato da uno studio condotto su oltre 2000 giovani adulti con presenza di placca sull’intima delle arterie, nei quali il rischio di malattie cardiovascolari era stato rilevato dall’ispessimento delle pareti intima e media delle arterie carotidi già in epoca adolescenziale.  Da questi e altri studi, appare chiaro che anche nel bambino e nell’adolescente le concentrazioni di colesterolo possono essere elevate e sarebbe un grave errore non intervenire partendo dagli screening e, in caso di conferma, facendo cambiare le abitudini di vita, l’alimentazione o dando consigli per evitare o combattere il sovrappeso e l’obesità. Effettuando periodicamente analisi mirate e selettive  si può evitare l’insorgenza di pericolosi  fattori  di rischio per un’evoluzione in arteriosclerosi con malattie cardio-vascolari in età adulta. GENITORI ALLERTATI!

Pet therapy, ma parliamo anche di animali da compagnia

Oggi ne parliamo su segnalazione della socia, Sig.ra Viola Ezeiza che ci ha mostrato alcuni  articoli tradotti  su “Internazionale” dal Der Spiegel sul “Perchè vivere con gli animali fa bene”. E’ ormai di uso comune adottare il termine “pet-therapy” quando ci si riferisce all’impiego degli animali per curare specifiche malattie sia in pediatria che in geriatria. L’effetto benefico che ne deriva è ormai  noto, recentemente si è visto infatti che essa gioca un ruolo salutare nei confronti sia di persone affette da disturbi somatici sia da disturbi psichici. L’idea di impiegare cani o altri animali come co-terapisti, con il ruolo di “mediatori emotivi” e “catalizzatori” di procedure terapeutiche , risale agli anni ‘60 ed è stato introdotto dallo psichiatra Boris Levinson.

Ora se ne parla un gran bene, questi animali opportunamente addestrati portano notevoli vantaggi ai malati. In questo periodo poi sembra che nel mondo gli animali da compagnia siano andati a ruba, e i canili comunali si sono svuotati perchè numerosissime sono state le adozioni; cani e gatti sono stati comprati da moltissime famiglie, soprattutto in Germania con un incremento del 20%(secondo Birte Bredow, S. Langermann e Chirstopher Piltz, Der Spiegel). Ma le motivazioni della caccia a un animale da compagnia quali sarebbero? I lunghi isolamenti durante i lockdown , il non poter vedere e stare con i propri parenti e amici. La solitudine cui si sono accompagnate ansia e depressione. In questi tempi di distanziamento forzato, gli esseri umani hanno cercato istintivamente la vicinanza degli animali, Molti studi hanno dimostrato che la loro compagnia fa bene sia all’umore e all’instabilità emotiva che al corpo perché i cani ad esempio costringono i padroni a uscire più volte al giorno con ottimi benefici sull’apparato cardiocircolatorio e osteo-muscolare. E poi è distensivo prendersi cura di un animale domestico e dilungarsi semplicemente ad accarezzarlo. Animali domestici sono stati in grado, è dimostrato da psicologi e psichiatri, di far sopportare anche grandi dolori come la perdita di un parente caro. Secondo un’altra psicoterapeuta che ha abbracciato la pet therapy dice che i suoi pazienti le confessano: “con gli animali facciamo il pieno di energia” (Cornelia Drees). Del resto l’essere umano ha una spinta innata verso il mondo animale e vegetale. Si è visto che addirittura lattanti e bambini in tenerissima età hanno una spiccata simpatia e un interesse precoce verso gli animali; infatti perché Disney ha sempre scelto furbescamente animali come protagonisti dei suoi film? Secondo moderni studi i ragazzini che crescono con un animale in casa hanno più autostima e addirittura maggiori capacità cognitive rispetto ai loro pari che non hanno cani o gatti in casa Nel 2017 in Svezia un gruppo di ricercatori ha dimostrato comparando più di 3,5 milioni di donne e uomini che con un cane è molto minore il rischio di malattie cardiovascolari; in particolare se si vive soli; l’ipertensione è un’altra malattia che ha un miglioramento in chi deve accudire a un animale; l’animale è considerato anti-stress. Insomma chi ha un cane spende meno per medici e medicine; carezzare un cane o un gatto, abbiamo detto, fa bene e rilassa  forse per la produzione di un neurotrasmettitore l’ossitocina, un ormone  che tutti i mammiferi producono e che riduce l’ansia e lo stress. Dunque la salute mentale ne trae enormi vantaggi e l’efficacia è confrontabile con quella di un farmaco antidepressivo. Nel mondo, in molte case di riposo, RSA, scuole e asili, gli animali hanno fatto il loro ingresso trionfale. Persino i disabili intellettivi, vedendo l’animale tranquillo, restano tranquilli e molte persone acquistano fiducia in se stessi. Provare per credere!

Ormai è dimostrato che l’uomo vede il cane come un compagno e un amico, addirittura parecchi pensano che gli animali da compagnia aiutino anche a guarire ad esempio nelle forme reumatiche o a localizzazione osteo-muscolare per una migliore e costante attività fisica, precedentemente limitata da un’eccessiva sedentarietà.

Nella pet therapy invece abbiamo 5 canali di applicazione collaudati: su anziani, sui disturbi mentali, sui disturbi dello spettro autistico, sull’ipertensione e sugli esiti i tumori perchè l’animale da accudire è un anti-stress anche nei pazienti oncologici.

Pet therapy negli anziani può essere particolarmente utile, infatti la frequente concomitanza di disturbi cognitivi e dell’umore, sintomi psicotici e di ansia rendono le persone anziane particolarmente adatte a trattamenti basati sulla motivazione affettivo-emotiva e sulla stimolazione psicologica. Sono stati effettuati alcuni studi che hanno esplorato gli effetti della pet therapy su pazienti anziani dementi. Uno di questi ha dimostrato che la pet therapy ha un effetto benefico sui sintomi sia comportamentali che psicologici della demenza. Un altro studio si è incentrato sulla valutazione degli effetti della  pet therapy su pazienti anziani affetti da diverse patologie psichiatriche residenti in casa di cura. I risultati ottenuti hanno mostrato che la pet therapy migliora del 50% i sintomi depressivi nei pazienti anziani. Inoltre si è dimostrato che anche la qualità della vita auto-percepita migliora notevolmente. 

Pet therapy nei disturbi da stress (PTSD), disturbi d’ansia (incluso disturbi d’ansia generalizzato; GAD) e disturbi depressivi maggiori (MDD) patologie mentali che spesso si associano a condizioni di disabilità, di ridotta qualità della vita, di aumentata mortalità oltre che del gravoso carico economico.

Pet therapy e autismo: Questi problemi evidenti fin dalla prima infanzia causano una significativa compromissione del neurosviluppo e non sono spiegabili con disturbi intellettivi o ritardi di accrescimento. Si tratta quindi di una condizione molto complessa e individualizzata, che può creare sfide uniche nello sviluppo di percorsi terapeutici. Pertanto, è importante che le strategie terapeutiche siano dinamiche e adattabili alle esigenze dell’individuo; tra queste vi è la pet therapy in particolare con i cani. Negli ultimi anni sono stati effettuati diversi studi che mostrano come l’impiego del cane a scopo terapeutico possa beneficiare i bambini con autismo in molti modi. Alcune ricerche scientifiche dimostrano che i cani possono preparare i bambini con autismo alla terapia aumentando il coinvolgimento positivo con il terapeuta. È stato anche dimostrato che i cani aumentano l’interazione e la comunicazione con il paziente e diminuiscono i comportamenti problematici e lo stress. Inoltre si è visto che i cani da assistenza, addestrati che abitano col paziente offrono maggiore sicurezza, miglioramento della comunicazione e interazione sociale con altre persone e riduzione dell’ansia infantile.

Pet therapy e pazienti oncologici: Il cancro è la seconda causa di morte a livello globale. Purtroppo la diagnosi di cancro e il successivo trattamento hanno non solo conseguenze fisiche debilitanti, ma anche un concomitante disagio psicologico importante. Quest’ultimo è responsabile della scarsa aderenza al trattamento terapeutico che va così ad aumentare il rischio di morbilità e mortalità del paziente. Sebbene importanti ricerche siano mirate al trattamento e all’eradicazione della malattia, vi è una continua necessità di strategie di intervento per affrontare il disagio psicologico e gli effetti collaterali correlati al cancro. Gli interventi assistiti dagli animali come appunto la pet therapy sono oggi considerati un trattamento complementare al cancro.

Questi interventi possono essere suddivisi in due categorie: 1) attività assistite da animali e 2) terapie assistite da animali, entrambe rilevanti per i pazienti con cancro. Le attività assistite da animali consistono in una breve interazione tra paziente e animale del tipo “incontra e saluta”. Invece le terapie assistite da animali consistono in i attività che hanno lo scopo di ottenere un determinato risultato, ad esempio, donne che hanno subìto un intervento di mastectomia possono andare a cavallo con l’obiettivo di migliorare la qualità muscolare. I risultati di diversi studi in oncologia hanno mostrato che le attività assistite da animali hanno effetti positivi sia fisiologici che psicologici nei pazienti affetti da cancro. In particolare, la Saturazione di Ossigeno è aumentata, la qualità della vita è migliorata, la soddisfazione percepita migliora e la depressione e altri stati d’animo negativi sono diminuiti tra i partecipanti alla ricerca. Nel complesso, l’evidenza dei benefici delle attività assistite con animali in oncologia è promettente. È necessaria però una maggiore comprensione dell’impatto sulla salute e sul benessere dei pazienti. Tutto ciò si può ottenere solo grazie al supporto di studi randomizzati controllati).   L’obiettivo da raggiungere è far sì che la pet therapy entri a pieno titolo a far parte delle strategie di trattamento complementare ben convalidato per la cura del cancro.