Bambini dimenticati sui sedili posteriori dell’auto. Giusto che l’ANABO ne parli

Abbiamo il dovere di segnalare quest’altro problema, in quanto la casistica italiana, di seguito sommariamente riportata, da sola dovrebbe spingere i nostri politici a varare una legge che costringa le case automobilistiche a installare semplici dispositivi d’allarme salva-bambini sulle autovetture. 

La casistica infattt continua ad arricchirsi di un sempre maggiore numero di disgrazie.L’ultimo caso risale al 18 maggio 2018 quando si è consumata a Pisa l’ennesima tragedia, allucinante quanto dolorosa per una madre che andata all’asilo a riprendere la figlia per portarla a casa non l’ha trovata, ha chiamato il marito e ha dato l’allarme immediatamente. Ma era troppo tardi. La bambina di 12 mesi era rimasta sotto il sole con i finestrini chiusi nell’auto del papà, parcheggiata nei pressi del posto di lavoro, legata al seggiolino sul sedile posteriore. Il padre, andando al lavoro, aveva  dimenticato di portare la bambina all’asilo. Quando il clima si fa rovente, nei mesi estivi, la temperatura dell’abitacolo, in corrispondenza del cruscotto, può arrivare anche a  70° centigradi, diventando letale  per un bambino nel giro di qualche ora.

In Italia i casi mortali sono segnalati, ma non conosciamo i casi in cui la fortuna ha salvato i tanti bambini dimenticati in macchina. Nel 2011, oltre a varie morti in altre regioni, a Roma due gemellini di 11 mesi furono salvati da un passante.I genitori li avevano lasciati, stavolta volontariamente, per andare a giocare alle slot machine. Nel 2013 un bimbo di 2 anni, è morto in auto a Piacenza, mentre a Napoli un bimbo di tre anni è stato salvato dai passanti. Altri casi a Roma tra cui quello di un piccolo di 2 mesi abbandonato volontariamente dal padre, ludopatico, per andare a giocare alle slot machine. Nel 2015 una piccola di 17 mesi, morta a Vicenza mentre altri 4 casi hanno avuto un lieto fine: nella Capitale, a Mestre, a Grosseto e nel mantovano, dove è stato un vicino di casa a salvare una piccola di poche settimane dimenticata sul seggiolino-auto dalla madre. Due anni fa (2016), a Livorno una bimba di 18 mesi dimenticata dalla mamma non è stata altrettanto fortunata. Mentre a La Spezia una piccola di 7 anni è stata tratta in salvo da un passante. Il padre stavolta  l’aveva chiusa in auto per andare a giocare al videopoker. 

La piccola Tamara, morta in provincia di Arezzo nel giugno 2017, abbandonata dalla madre per correre al lavoro e di cui la madre si è ricordata al momento di rientrare a casa. Nel luglio, nel Livornese, fu lasciata un’altra bambina di 18 mesi in auto per quattro ore; trovata in gravi condizioni è morta il giorno dopo in ospedale. Un altro caso a Verona ma in questo caso era stato il bambino di 4 anni a chiudersi per gioco nell’auto parcheggiata sotto casa sotto il sole. Dopo lunghe ore di ricerche il bambino fu trovato agonizzante e i soccorsi furono inutili.  

Altro caso a Brescia: due bambini, uno di otto mesi e la sorella di due anni abbandonati in auto mentre Il papà giocava alle slot machine in un bar  e la mamma si prostituiva. Come se non bastasse, nel sangue dei due piccoli furono rilevate tracce di cocaina. Nel caso del bimbo non si esclude che la presenza di tracce di droga fosse dovuta all’allattamento: la madre nel farne uso  l’avrebbe “trasmessa” al figlio con il suo latte.

Bisogna capire come sia stato possibile” – spiegò il Procuratore dei minori Emma Avezzù – “Non sono valori del sangue compatibili col fumo passivo di cocaina. Siamo davanti a un caso molto grave. I valori della cocaina sono ancora più inquietanti dell’abbandono”. Ad accorgersi dei piccoli, lasciati chiusi in auto, una pattuglia dei carabinieri impegnata in un controllo di routine. I militari sono entrati al bar e hanno chiesto di chi fosse l’auto: nessuna risposta. Allora si sono fatti consegnare i documenti degli avventori individuando il padre dei due bambini che ha ammesso le sue colpe.

A parte i rari casi di persone che lasciano volontariamente i figli in auto, spesso affetti da ludopatia ,tutti gli altri genitori sono perfettamente sani di mente e amorevoli. “Nessuno dei genitori aveva disturbi mentali al momento del fatto. Non si tratta di persone affette da patologie – conferma Massimo Agnoletti, psicologo – è una cosa che può succedere a chiunque. La fatale distrazione dipende dalla combinazione di più fattori: stanchezza, mancanza di sonno, piccole variazioni nella routine quotidiana, problemi e conflitti familiari o economici L’unico modo per azzerare questo tipo di incidenti è usare una tecnologia anti-distrazione”.

“Quanti altri bambini dovranno ancora morire  prima di prendere provvedimenti?”, ci chiediamo. “Mai più morti come Luca” è un’associazione creata dal padre del piccolo Luca Albanese proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni affinché non si ripetano più tragedie simili. E vi sono certamente casi in cui è successo che qualcuno si sia dimenticato un figlio in auto; sono stati solo fortunati i genitori arrivati in tempo. E se tutte queste energie fossero impiegate per chiedere un provvedimento invece che per “polemizzare” qualcosa si otterrebbe. A tale proposito è stata lanciata da anni  una petizione online su change.org che chiede al Ministero dei Trasporti di inserire nel Codice della strada poche semplici parole che possono fare la differenza tra la vita e la morte: “obbligo di dispositivo d’allarme anti-abbandono sulle auto”. E c’è anche una proposta di legge, ferma da anni alla Camera (promotrice forse l’On Bergamini deputata toscana) presentata nell’ottobre 2014 che recita: “Al comma 1 dell’articolo 172 del Codice della strada, di cui al Decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, dopo le parole: «al loro peso» sono inserite le seguenti: «e dotato di un dispositivo di allarme anti-abbandono»”.

Sulla rivista TODAY abbiamo letto questa proposta: “In un’epoca in cui si costruiscono auto a guida autonoma, si montano sulle vetture sistemi di infitainment avanzati (per mix di informazioni e trattenimento) con riconoscimento vocale, radar, lidar (tecnica di telerilevamento che utilizza un impulso laser per determinare la distanza di un ostacolo), sonar, sedili con massaggio lombare, volante riscaldato e le più strane diavolerie elettroniche per far partire a distanza il climatizzatore, non dovrebbe essere difficile inserire un piccolo sensore con un bip o un dispositivo tecnologico anti-abbandono nei veicoli”. Tale iniziativa deve assolutamente essere portata avanti con costi bassi ed una sicurezza in più. Al di là dei numeri, delle statistiche, delle polemiche, della ricerca di responsabilità, installare un dispositivo collegato con il seggiolino che lanci l’allarme quando si chiude a chiave l’auto e dentro c’è un bambino sarebbe la soluzione migliore. Accessorio più…accessorio meno…(LA)

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Rassegna stampa. “Violenze ai medici campani”e reazione della FNOMCeO

MEDLEX. REDAZIONE DOTTNET – Panorama medico – 25/05/2018

Altri casi di violenza a medici e infermieri. Pronta una raccolta di firme per modificare la legge

La Campania è al centro dell’attenzione anche per il contesto, spesso violento, in cui sono costretti ad operare medici e infermieri dei nosocomi, in particolare napoletani, o in servizio sulle ambulanze, più volte vittime negli ultimi giorni di episodi gravi.

A Napoli all’Ospedale Loreto Mare, un infermiere è stato malmenato da un paziente in attesa di una colonscopia, a cui era stata somministrata la terapia lassativa propedeutica all’esame endoscopico; l’operatore sanitario non gli avrebbe somministrato medicine per bloccare l’evacuazione continua, così l’ha preso a schiaffi provocandogli lesioni guaribili in 15 giorni.

Ieri il Questore di Napoli Antonio De Iesu, nel corso degli Stati Generali dei Trasporti, ha spiegato di condividere pienamente il progetto del 118 che vorrebbe installare telecamere all’interno delle ambulanze. “Questo non vuol dire smarcarsi dalle responsabilità – ha detto il Questore – ma alle forze di polizia spetta garantire un sostenibile livello di sicurezza sul territorio“.

Intanto è pronta una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare per inasprire le pene quando ad essere colpito è un medico. La decisione di indirla è stata presa oggi dal comitato centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCEO), a seguito dei sempre più numerosi casi di aggressioni e violenze nei confronti del personale sanitario. L’idea è quella di equiparare in ogni caso il reato di aggressione verso un operatore sanitario a quello di violenza e minacce a pubblico ufficiale, con la possibilità di procedere d’ufficio a pene più severe.

“Siamo impegnati a combattere questo fenomeno contro i medici in tutte le maniere – afferma in una nota Filippo Anelli, Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) -. Non siamo noi i responsabili dei disservizi. Eppure siamo noi in prima linea, in trincea, che paghiamo le conseguenze. Per questo serve una legge che tuteli maggiormente i medici che hanno fatto della loro professione la missione per prendersi cura della sofferenza delle persone aumentando le pene e equiparando il medico, nell’esercizio delle sue funzioni,  a pubblico ufficiale”.

NDR. Quanto viene segnalato in Campania dalla FNOMCeO non è un fenomeno limitato a questa sola regione. Ormai la violenza dilaga, manca il rispetto verso il medico, che è giusto paragonare a un pubblico ufficiale (così come gli infermieri di supporto).  Che la legge si faccia presto e che preveda l’inasprimento delle pene per chi commette questo tipo di reati. E’ stato giustamente sottolineato il fatto che gli operatori sanitari sono in trincea pronti a fare il proprio dovere (anche noi l’abbiamo scritto più volte) e che non sono responsabili dei disservizi lamentati soprattutto nelle U.O. d’emergenza.  Il vaso è colmo se si pensa di mettere, anche sulle ambulanze, delle telecamere. Non c’è più limite non alla cattiva pratica sanitaria ma alla irresponsabilità dei cittadini, speriamo che si tratti di pochi esemplari in via di estinzione da identificare e isolare, anche dai loro stessi parenti e amici. Perchè? Perchè lo sfilacciamento del rapporto fiduciario tra medico e paziente o, nel caso dei pediatri, con i familiari del bambino, deve essere ricomposto anche con leggi più rigide finchè non si ritorni all’apprezzamento del nostro lavoro prezioso e insostituibile (sostituito ora, forse, dal velleitario “fai da te” di gran moda sulla base delle informazioni ricavate da internet?). Recuperato il rispetto, anche attraverso campagne nelle scuole- e qui ci vogliono anni ormai – e sui social, si potrà ritornare a quel clima collaborativo che è alla base del successo delle iniziative di ordine preventivo prima che curativo.  Ma vi siete soffermati sui paletti che la Legge Gelli (L. 24/017 frutto di inevitabili compromessi) ha innalzato per coniugare  il diritto alla tutela della salute con la libertà di esercizio della professione medica  e per ridurre i contenziosi? Chissà se poi i costi per i medici che vogliano tutelarsi dalle responsabilità e  dai rischi professionali sia di natura civile che penale saranno, come si spera, ridotti e se anche i costi della spesa sanitaria saranno contenuti, come spera il legislatore  (ma teniamo presente che anche le strutture sanitarie devono assicurarsi). Noi nutriamo dei seri dubbi. Pensate che ci viene consigliato di assicurarci anche contro gli infortuni, e tra questi sono  da prevedere  i danni fisici e morali subìti a causa di aggressioni gratuite  e spesso immotivate. Ma quanti tipi di assicurazioni o quanti piani integrativi  un povero medico dovrà stipulare in un’ottica della migliore offerta? Dovremmo sottoscrivere una polizza legale, una polizza verso terzi e una polizza per i danni arrecati a noi stessi sul luogo di lavoro e infine una polizza contagio per medici, come i neonatologi, che possono venire a contatto con sangue e liquidi del paziente/neonato. E le compagnie assicuratrici saranno disposte a contenere i costi? Come sarà valutato dagli assicuratori il danno arrecato al paziente, forse facendo delle tabelle come per l’Rc Auto? Insomma molti ancora gli interrogativi. Speriamo che si faccia chiarezza perchè le ombre sono ancora molte, e, nell’incertezza, molti medici stanno pensando di anticipare il pensionamento.

Altra piaga: i bambini scomparsi. Telefono azzurro informa

Che cos’è la Giornata Internazionale per I bambini scomparsi?

La Giornata Internazionale per i Bambini Scomparsi cade il 25 maggio di ogni anno, dal 1983, primo anno in cui è stata celebrata. La giornata nasce per ricordare la scomparsa del piccolo Ethan Patz, rapito a New York il 25 maggio 1979 e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno, lanciando un messaggio di solidarietà e speranza ai genitori che non hanno più notizie dei loro bambini. Viene celebrata nell’ambito della rete Globale per i Bambini Scomparsi – un programma del Centro Internazionale per i Bambini Scomparsi e Sfruttati (ICMEC) – che opera per sensibilizzare sul tema dei bambini scomparsi, trattandosi di un fenomeno riguarda tutti i paesi del mondo: secondo stime recenti, almeno 8 milioni di bambini scompaiono ogni anno, vale a dire 22.000 bambini al giorno.

Purtroppo, molti Paesi non considerano questo fenomeno come una priorità e non dispongono di strutture e meccanismi adeguati per assicurarne il ritrovamento.

Per celebrare la Giornata Internazionale dei Bambini Scomparsi le forze dell’ordine e le organizzazioni non governative di diversi paesi, tra le quali in Italia il Telefono Azzurro, organizzano ogni anno eventi e convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’esigenza di sviluppare nuove e più efficaci forme di collaborazione e di coordinamento per proteggere i bambini ed evitare scomparse e rapimenti.

Altre informazioni utili su: www.116-000.it

http://www.icmec.org/missingkids/servlet/PublicHomeServlet

L’esercito dei bimbi scomparsi: in Italia sparisce un minore ogni due giorni. Nel 2017 sono state 177 le segnalazioni giunte al numero europeo dedicato, il 116000, di questi solo 30 sono stati ritrovati. Telefono azzurro presenta una app per fornire servizi ai piccoli migranti di ALESSANDRA ZINITI.

IN ITALIA scompare un bambino ogni due giorni, quattro su cinque non vengono più ritrovati. È un vero e proprio esercito di invisibili quello che si forma di giorno in giorno nel nostro Paese. I dati sono stati presentati oggi a Roma sempre da Telefono Azzurro.

In occasione della Giornata dei bambini scomparsi, sono davvero impressionanti i dati forniti da Telefono azzurro: nel 2017 sono state 177 le segnalazioni di scomparsa giunte al Numero europeo dedicato, il 116000, e di questi solo 30 sono stati ritrovati. Dunque ben 147 minori potrebbero essere stati risucchiati in circuiti di sfruttamento sessuale e di lavoro minorile o addirittura uccisi. Ma si ritiene che questo sia un dato per difetto, visto che non sempre le sparizioni di minori vengono denunciate. Soprattutto quando si tratta di migranti, giunti da soli in Italia, una percentuale questa che supera il 60% del totale dei casi.

Il 2017 è stato uno degli anni più drammatici dall’attivazione del servizio 116000, con 3,5 denunce di scomparsa a settimana. La fuga da casa, spesso di minori che si ritrovano in contesti familiari caratterizzati da abuso e violenza, ha un’incidenza del 12,4% e rappresenta la seconda causa di sparizione.

In Italia la Regione che fa registrare il numero più alto del totale (circa un quarto dei casi) è il Lazio, seguito dalla Lombardia. La situazione sembra essere più controllata al Sud e nelle isole. Dal 2011 sono state 1,2 milioni le chiamate ricevute per bambini scomparsi in tutta Europa. La situazione più grave in Romania e in generale nell’Europa dell’est. In base ai dati forniti da Europol, ogni anno almeno 10.000 minori stranieri non accompagnati scompaiono in Europa poche ore dopo il loro arrivo e di questi pochissimi vengono ritrovati. Da maggio scorso è attivo il progetto Amina, che comprende la gestione di Minila, una app gestita in Italia da Sos Il Telefono azzurro onlus presentata oggi a Roma, che fornisce ai minori stranieri tutte le informazioni sui loro diritti, sui servizi a loro disposizione. Uno strumento che garantisce un pasto, un posto per dormire o il wifi.

NDR. Ringraziamo SOS Telefono Azzurro che ci ha mostrato in tutta la sua crudezza una situazione, ancora più vergognosa per i Paesi europei che, sotto l’egida dell’ UE,  dovrebbero interagire, sinergicamente, per tutelare la salute e i diritti dei bambini di qualunque nazionalità,  ma che non riescono a ritrovare la maggior parte dei  bambini  scomparsi. In Italia solo 30 su 177…notizia sconsolante! Davvero un piaga che merita un massiccio impegno  da parte delle Autorità competenti che devono però, a loro volta, avere le risorse necessarie. Oggi, nella Giornata internazionale dei bambini scomparsi, che ha svelato una così  grave situazione, anche l’ANABO si unisce a Telefono azzurro per sollecitare interventi più radicali  dando voce ai bambini  vittime innocenti, tra i quali segnaliamo quelli non accompagnati  di cui si occupa la SIP tramite  un attivo Gruppo di studio dal punto di vista sia dell’accoglienza che dell’assistenza. Un grande numero è giunto in Italia attraverso i flussi migratori; per fortuna in questi ultimi mesi il flusso è in notevole calo. Una collaborazione tra il gruppo di studio SIP e Telefono azzurro è davvero auspicabile.

L’importanza delle procedure infermieristiche…integrate

NDR: L’articolo di Sara Di Santo, da Nurse24 per quanto datato, merita di essere rivisitato. E’ molto sintetico, ma proprio per questo rappresenta, nella sua essenzialità, un efficace strumento di riflessione per gli amici infermieri che hanno la responsabilità di mantenere livelli assistenziali di alta qualità, sulla  base della definizione e del rispetto di precisi standard. Devono essere forniti livelli soddisfacenti di prestazioni tecniche, di comfort e di relazioni umane. Inoltre le procedure standardizzate devono essere periodicamente valutate e aggiornate. Mai un paziente, qualunque sia l’età, deve subire un danno derivante dal cattivo funzionamento dei servizi sanitari, dagli errori medici e dalle linee guida non rispettate. Il paziente ha diritto all’accesso a servizi e trattamenti sanitari che garantiscano elevati standard di sicurezza, che solo una formazione continua può garantire. La Di Santo così scriveva:

PROCEDURE   “sono  successioni dettagliate, logiche e consequenziali di atti tecnici e operativi. Grazie ad esse tutto l’agire dell’Infermiere diventa oggettivo, sistematico e soprattutto verificabile”. Obiettivo è la riduzione della variabilità ingiustificata di comportamento tra gli operatori sanitari.

Le Procedure (PRC) sono parte dei Protocolli e Linee Guida e servono a circostanziare le modalità con le quali si realizzano determinate azioni infermieristiche. Hanno lo scopo di mettere ogni operatore nella condizione di svolgere la propria attività in modo uniforme.

Le Procedure, dunque, sono degli strumenti che rendono oggettivo, sistematico e verificabile lo svolgimento delle attività il più possibile, soprattutto nei casi di alta complessità assistenziale, come nelle emergenze neonatali e pediatriche. Al loro interno è raccolto un insieme di azioni professionali finalizzate ad un determinato obiettivo che descrivono il “cosa” viene fatto e che sono in grado di ridurre il rischio, in particolar modo nelle attività ad elevata complessità.

Il format delle procedure prevede – dopo la redazione – la verifica e l’approvazione dell’elaborato; si redigono procedure dirette alla standardizzazione della pratica infermieristica, procedure dirette  alla standardizzazione dei metodi e degli strumenti adottati e procedure volte alla standardizzazione dell’organizzazione delle attività infermieristiche e tecnico-assistenziali. In ogni caso, elementi prioritari che compongono una procedura sono:

  • titolo;
  • obiettivo da raggiungere (output);
  • campo di applicazione;
  • responsabilità, strumenti di riferimento e registrazione;
  • sequenza e descrizione delle attività da eseguire;
  • indicatori con tabella di raccolta dati;
  • riferimenti normativi e documentali e le procedure devono necessariamente:
  • essere elaborate dai professionisti infermieri dell’unità operativa nella quale verranno adottate (coadiuvati, all’occorrenza, da mrdici e altri professionisti);
  • essere condivise collegialmente da tutti gli utilizzatori;
  • prevedere modalità condivise di aggiornamento e revisione da parte dell’équipe.

NDR: Nelle Terapie Intensive neonatali e pediatriche vale lo stesso discorso e occorrono gli stessi corretti comportamenti. L’affiatamento dell’equipe medico-infermieristica è alla base del successo  terapeutico quando occorre lucidità e freddezza in manovre a volte complesse. Ma la lucidità degli operatori nasce dalla conoscenza perfetta delle procedure da attuare. Il successo dipende poi dalla tempestività delle manovre adottate in cui fondamentali sono i sinergici comportamenti dell’intero team e, anche se nel gruppo ci deve essere un team leader, ogni membro, che condivide la responsabilità delle valutazioni in corso, deve assicurarsi che gli interventi vengano eseguiti nella sequenza giusta e con la tecnica corretta. Pochi minuti possono decidere il futuro di un paziente (di qualunque età) bisognoso di rianimazione e di assistenza intensiva  per le quali deve essere verificato il perfetto stato del materiale e delle attrezzature necessarie. Perciò è  necessario un coordinamento efficace che richiede condivisione delle informazioni e  comunicazione tra i componenti del gruppo. La comunicazione cosiddetta a cerchio chiuso (closed loop) è una tecnica che garantisce che le istruzioni siano sentite e comprese da tutti. Quando ad esempio si forniscono le istruzioni, bisogna indirizzare la richiesta ad uno specifico componente chiamandolo per nome e dopo averle impartite bisogna chiedere al ricevente di riferire quando il compito è stato eseguito. Importante è poi individuare colui che documenterà gli eventi che si succederanno secondo le procedure che abbiamo descritto. 

Rassegna stampa. Miserendino sul contratto…fermo per i medici ospedalieri

Contratto, niente aumenti e tavoli fermi. Cresce impazienza medici ospedalieri

M. Miserendino, che la Redazione ringrazia, così scrive su DottNet il 22 maggio 2018:

“Arrivano i soldi dei nuovi contratti della Pubblica Amministrazione per 3 milioni di dipendenti pubblici e per i medici convenzionati. Dopo i ministeriali che hanno ricevuto gli aumenti in busta paga a marzo, dopo i dipendenti di INPS ed Agenzia Entrate, e dopo i medici di famiglia che dovrebbero ricevere gli aumenti da questo mese, toccherà a giugno agli infermieri. La Corte dei Conti ha firmato il contratto del comparto che si aggiunge a scuola, polizia, regioni. Per coloro che – causa reddito basso o “borderline”- rischiavano di perdere gli 85 euro di aumento mensili, arriva dalla Corte pure l’ok alla perequazione, in aggiunta all’aumento percentuale, suddivisa su più mesi. Invece i medici ospedalieri non hanno niente sulla parte economica e su quella normativa. ARAN mette alla prova la loro pazienza. In particolare non si capisce quanto il tavolo sulle relazioni sindacali proceda o sia di fatto a un punto morto. Giovedì 24 c’è una nuova convocazione, ma lo sfondo di questa storia che ricorda la tela di Penelope è che gli oltre 100 mila dirigenti – medici, veterinari, biologi – sono gli unici tra i dipendenti pubblici a mancare all’appello dei rinnovi. Il nodo è l’aumento inferiore proposto alla dirigenza che non arriva al 3,48% garantito agli altri comparti. La Parte pubblica non ha considerato l’indennità di esclusività nel monte salari da cui effettuare il calcolo delle percentuali d’aumento promesse (3,48% a regime nel 2018) e la relativa copertura non è a bilancio.
Si protrae dunque l’attesa, 10 anni, di un contratto per i camici. Ma i sindacati sottolineano il disagio della categoria. CIMO ha presentato una sua piattaforma per “stanare” la controparte, fin qui invano. Nei giorni scorsi con il presidente nazionale Guido Quici ha stigmatizzato il rigetto da parte dell’ARAN della quasi totalità delle proposte intersindacali sul tema ‘relazioni sindacali’. Il Tavolo tecnico in proposito è fermo, l’impressione è di una «rinuncia di fatto all’investimento nella sanità pubblica». ARAN ha proposto sul tema delle relazioni sindacali un documento che per il coordinatore nazionale FASSID Alessandra Di Tullio dà solo una parte delle risposte. Per la sigla, che rappresenta laboratoristi Aipac, psicologi Aupi, radiologi Snr, Simet e farmacisti Sinafo, devono passare alla trattativa politica i temi della “esigibilità” del contratto in tutta Italia in maniera omogenea e la definizione di maggioranze sindacali minime per la sottoscrizione. Fermo restando che si aspetta lo sblocco della questione economica. Parla di distanze quasi inalterate ANAAO ASSOMED. Per il sindacato guidato da Costantino Troise «si vorrebbe applicare alla dirigenza del ruolo sanitario un modello di relazioni sindacali utilizzato negli altri contratti del Pubblico Impiego, basato sul lavoro prevalentemente di tipo individuale, su una logica gerarchica di tipo essenzialmente dirigistica e su una architettura di carriera di tipo verticistico mentre il modello in ospedale è basato sul lavoro in concorso di più professionisti». Nulla di più lontano dalla «condizione di “dirigenza speciale”, sancita dall’articolo 15 dlgs 502/92, rispettosa delle peculiarità del lavoro clinico nel SSN. Per di più, le Regioni vorrebbero esercitare un ruolo nelle relazioni sindacali al livello periferico, che la legge non prevede, mediante un “condizionamento” di fatto delle contrattazioni integrative aziendali».