Rischio di crisi tra genitori adottivi e minori adottati

Non è poi così raro venire a conoscenza dei periodi di crisi tra genitori adottivi e bambini o ragazzi adottati. Anche io nella mia lunga vita professionale ho avuto alcuni casi alla base dei quali non vi era stato un iniziale rapporto schietto da parte dei genitori e più avanti vedremo gli errori più comuni commessi (come non dire subito la verità al bambino) che sono da evitare, assolutamente.Prendiamo spunto da una ricerca dei Professori Chiara Lupo e Carlo Trionfi, responsabili scientifici, patrocinata dal Centro studi famiglia (CSF) che parte dal presupposto, ormai condiviso dagli operatori che si occupano dia tutela dei minori, che l’adozione comporti  inevitabilmente momenti di crisi e di conflittualità all’interno della nuova famiglia.

Possiamo quindi considerare le problematiche che l’adozione crea all’interno delle dinamiche familiari come  fattori di rischio importanti che impediscono il normale sviluppo, soprattutto mentale, del minore. Spesso i genitori adottivi si scontrano con le fatiche legate all’arrivo del minore o connesse col nuovo e delicato ruolo genitoriale. Quando arriva la crisi, madre e padre, impreparati, si ritrovano sprovvisti di strumenti e incapaci di risolverla non riuscendo a farvi fronte in maniera adeguata. A me personalmente è capitato di verificare  come sia spesso il periodo pre-adolescenziale e adolescenziale a generare una forte perturbazione del clima familiare, con la messa in discussione di tutto e di tutti. Si è osservato come lo stress che caratterizza la famiglia in questa fase, nei termini di un vissuto dalle forti connotazioni emotive, sia espressione di una mancata risoluzione di questioni ed esperienze “non completamente elaborate”.

Nel mettere a punto il percorso adottivo, dobbiamo perciò affrontare un’operazione doppiamente complessa: dobbiamo tenere presente i problemi urgenti causati dalla situazione di abbandono o di pregiudizio, ma non dobbiamo dimenticare di individuare le strategie che sostengano un buon legame con i genitori adottivi,  mettendo così la famiglia il più possibile al riparo da conflitti insolubili, specie, appunto, con l’arrivo dell’adolescenza quando viene fuori il discorso delle origini. Il lavoro prima citato si propone di affrontare l’adozione e le sue sfaccettature avendo l’occhio puntato sulla “crisi”, da intendersi come elemento da considerarsi “fisiologico” nel percorso di crescita all’interno della famiglia adottiva.

Questa ricerca mostra la necessità di attribuire grande importanza alla “triade”: minore con la sua storia, famiglia adottiva e rete dei servizi. Questi sono vertici di un triangolo, che devono essere ben inquadrati perché  ciascuno di essi va messo a fuoco in quanto ciascuno di essi è fondamentale nel garantire il buon esito dell’adozione. La “crisi” si presenta  quando uno o più vertici vengono messi in discussione.

In riferimento alla rete dei Servizi, grande responsabilità, rispetto al buon esito del percorso adottivo, è attribuita al lavoro degli operatori già nella prima fase della pre-adozione: segue poi  la necessità di accompagnare la coppia lungo un percorso, che può configurarsi come un “viaggio” finalizzato alla messa a fuoco dei motivi che spingono ad adottare e dentro le storie personali della coppia, facendo riflettere su ciò che tiene unito il legame e su come sono state fronteggiate le inevitabili, momentanee o persistenti, crisi. Da ciò emerge che un fattore protettivo è compiere un percorso con la collaborazione dei Servizi per fornire strumenti di lettura e riflessione rispetto alla scelta adottiva, poiché si deve ottenere il passaggio da un tipo di genitorialità riparativa, ad una generativa, frutto del desiderio di prendersi cura di un bambino nato da altri; una genitorialità che si deve  configurare a favore del bambino e non come riparazione delle pregresse problematiche della coppia adottiva. Per fare questo è importante anche che la coppia abbia affrontato  ed elaborato il lutto della mancata fertilità; lutto che può scontrarsi con quello del bambino, legato all’abbandono subìto e alle sofferenze patite. Solo così i due lutti potranno incontrarsi e non scontrarsi.

Le ultime modifiche legislative implicano la necessità di una modifica delle prassi d’intervento – come abbiamo già detto in un precedente  articolo di anabonews – per cui è necessario lavorare ancora sulla formazione specifica degli operatori, al fine di offrire alle famiglie un protocollo operativo atto ad affrontare il delicato compito genitoriale. Ad essere formati dovrebbero essere tutti gli operatori coinvolti: psicologi, assistenti sociali, educatori ed insegnanti, affinché si possano creare percorsi virtuosi di presa in carico e di accompagnamento dei nuovi nuclei familiari. A tal proposito sembra opportuno creare o individuare equipe specializzate in tema di affido e adozione perchè sul territorio oggi scarseggiano operatori in grado di interfacciarsi sia con l’Autorità Giudiziaria che con i servizi istituzionali formali e informali. 

Sconfiggere lo stress con la L-Teanina

Chi nel campo dello studio, del lavoro o dello sport ha come obiettivo migliorarsi, è cosciente che risultati degni di nota si ottengono solo grazie al tempo che dedica alla  propria attività, all’impegno che applica, al tipo di dieta e allo stile di vita che segue e infine (e altrettanto importante) al tempo dedicato al recupero.

Ciascuna di queste componenti è fondamentale per garantire il benessere psico-fisico anche dei nostri adolescenti; infatti uno scarso recupero provoca stress, mentale e fisico strettamente correlato al cortisolo, che  è l’ormone dello stress fisico ed emozionale, prodotto, in parte, dalle ghiandole surrenali quando siamo sotto pressione e percepiamo una “minaccia”. L’ipofisi invece regola la quantità di ormone che le ghiandole surrenali rilasciano in caso di bisogno.

Nella nostra epoca post-moderna anche i bambini sono ansiosi, stanchi e sotto pressione a causa di troppi obblighi o per cause esterne come in questo periodo in cui abbiamo sofferto per la pandemia che ha generato in tutti uno stato di agitazione in grado di alterare la secrezione di cortisolo  contribuendo alla comparsa di effetti collaterali come insonnia, sovrappeso, ansia, stanchezza cronica e sistema immunitario compromesso.

Eppure senza cortisolo (o cortisone come dir si voglia) non possiamo vivere  in quanto l’ormone che non è prodotto solo in risposta allo stress, ma produce anche effetti positivi sull’organismo, per cui i livelli di questo ormone sono fondamentali per avere energia adeguata durante il giorno. Il cortisolo controlla l’azione di altri ormoni chiave, come gli estrogeni, il testosterone e la tiroide oltre che modulare i processi infiammatori dell’intero organismo.

Quando funziona in modo ottimale il cortisone segue un ritmo circadiano: in una curva sana è alto al mattino e diminuisce durante il giorno e la sera, come una pillola di energia a lento rilascio che si consuma in tempo per andare a letto. ma se ad esempio vi svegliate prima dell’alba in stato ansioso, il cortisolo sta superando il limite e sta aumentando troppo presto. Questo accade se: il sonno è disturbato, la mente è “iperattiva” e la mattina si è nervosi e/o provocatori, l’energia fisico-mentale si esaurisce a metà mattina. Livelli elevati di cortisolo possono essere causati da un eccesso di caffè o dalla mancanza di carboidrati durante il giorno. Se i livelli di cortisolo rimangono elevati si incorre nell’affaticamento adrenergico, per cui si è costantemente in ritardo e si corre per recuperare il tempo perduto; si è esausti ma iperattivi allo stesso tempo.

Se avessimo livelli elevati di cortisolo di sera  per affaticamento psicofisico nelle ore serali dovremmo fare i conti con la difficoltà ad addormentarci e conseguente ansia.

Se avessimo bassi livelli di cortisolo durante il giorno, prevarrebbe l’apatia. Le cause includono stress prolungato e intenso, lunghi periodi di sonno inadeguato; in generale una mancanza di riposo fisico e mentale. Sintomi: stanchezza durante il giorno, anche dopo aver dormito a sufficienza. 

Quindi eccovi alcuni CONSIGLI per ristabilire il corretto rilascio di questo ormone:(1)  IDRATARSI bene perché il corpo ha più probabilità di disidratarsi sotto stress. L’ansia aumenta la frequenza cardiaca e respiratoria, con conseguente aumento del fabbisogno idrico. (2) DORMIRE perchè il riposo è la chiave per ripristinare una curva del cortisolo ottimale; cortisolo e Melatonina, ormoni che regolano i cicli del sonno e della veglia, lavorano in sinergia. Quando il livello di cortisolo diminuisce, la melatonina sale favorendo il sonno e la rigenerazione cellulare. (3) ASSUMERE  carboidrati in maniera intelligente in quanto un basso apporto di carboidrati nella dieta può portare alla perdita di peso, ma piccole quantità assunte al momento giusto aiutano a gestire i livelli di cortisolo. I carboidrati aumentano i livelli di glucosio nel sangue, il pancreas produce più insulina e l’insulina diminuisce la produzione di cortisolo.

Dal maggio 2019 si parla sempre più della Teanina, una sostanza curativa naturale che viene utilizzata per alleviare lo stress e aumentare la concentrazione senza provocare sonnolenza. E’  un aminoacido contenuto nelle foglie di tè, in particolare nel tè verde. Come funziona? Aumenta la produzione di GABA, un neurotrasmettitore del SNC (sistema  nervoso centrale) ed incrementa la dopamina nel cervello, altro neurotrasmettitore fondamentale per la concentrazione e la produttività. La teanina è una sostanza presente in natura, che, nelle foglie del tè o sotto forma di integratori, viene da sempre utilizzata per trattare l’ansia e l’ipertensione. 

Gli effetti principali della teanina sono: diminuzione dello stress  in quanto nei soggetti che l’hanno presa in varie forme, si è osservata una diminuzione dell’ampiezza delle onde elettroencefalografiche ALFA e la riduzione dell’ipertensione che di solito si verifica sotto stress. Effetti ulteriori: questa sostanza, avendo una struttura simile al glutammato importante per l’attività mnemonica, potenzia la memoria e la concentrazione, aiutando a tenere alta la carica di energia in vista di un esame o di una prova.

In natura tracce di Teanina si trovano nelle foglie di tè, sia verde che nero. Ma in mancanza di questi elementi naturali, esistono compresse o pasticche. Alle persone che soffrono di ansia e stress, la teina è utile per migliorare la qualità del sonno e per rafforzare le difese immunitarie. Insomma Tè verde: molti i colori delle foglie, che racchiudono le molte varietà e in ogni colore si nascondono altrettante sfumature di sapori, odori, in base ai Paesi d’origine. 

Ciò che identifica il Tè verde è il fatto che le foglie utilizzate, ad es. quelle della Camellia Sinensis, non subiscono nessun processo di fermentazione e di ossidazione, contrariamente alle altre varietà di tè che conosciamo. Questo gli permette di mantenere un gusto più leggero e delicato rispetto ad esempio al tè nero, frutto invece di lunghe fasi di lavorazione. Le foglie del tè verde vengono raccolte quando la pianta raggiunge circa il metro e mezzo di altezza e fatte poi essiccare per poterlo commercializzare. Le sue virtù, descritte e ammirate per secoli, sono state oggetto di studio anche ai giorni nostri dai più importanti centri di ricerca del mondo. Nel 2006 per esempio l’Università di Yale ha diffuso uno studio intitolato “Asian Paradox” dove si sottolinea il fatto che in Asia, nonostante un altissimo consumo di sigarette, esiste una minore incidenza di malattie cardiovascolari e cancro, riconducendola all’abitudine diffusa in tutto il Continente di bere grandi quantità di tè verde. Questo grazie alle sue proprietà antiossidanti, che combattono il danno cellulare con conseguenze positive sull’organismo umano.

Le sue proprietà benefiche sul Sistema nervoso sono ricondotte  all’effetto neuroprotettivo della Teanina, che riduce lo stress, inibendo l’eccitazione dei neuroni, e dei Polifenoli che aiutano a combattere i deficit cerebrali cognitivi eventualmente provocati dalla sindrome da apnee ostruttive notturne, a causa del diminuito apporto di ossigeno al cervello durante la notte.

E l’altro giorno, una bella sorpresa… sulla Rivista SIPPS (Soc. It. Ped. Preventiva e sociale), che cosa ti leggo? L’argomento L-teanina trattato magistralmente dal mio vecchio amico e collega NPI il Prof. Paolo Curatolo (Università Tor Vergata) in collaborazione con Moavero R. (OPBG).  Hanno parlato proprio di questo integratore usato per millenni ed oggi rivalutato. Il titolo dell’articolo: “Melatonina e teanina: due possibili opzioni terapeutiche per i disturbi del sonno e i disturbi d’ansia nel bambino”. Dunque si è parlato dei due integratori alimentari che si sono dimostrati efficaci e sicuri nel migliorare i sintomi associati ad ansia e insonnia. Gli studi hanno confermato che la levo-teanina (L-teanina), un aminoacido simile alla glutammina, presente naturalmente nelle foglie di tè (e contenuto sopratutto nel tè verde), viene subito assorbita dal tratto gastroenterico con il superamento rapido della barriera emato-encefalica con effetti dopo 1 ora dalla somministrazione, mantenendo ottimali concentrazioni sia nel sangue che nel tessuto cerebrale per diverse ore in quanto capace di inibire l’attività eccitatoria dell’acido glutammico. Questo aminoacido ad azione ansiolitica che migliora anche la qualità del sonno, perché ha un’azione GABA-agonista (GABA detto anche ormone della serenità), aumenta i livelli di dopamina con modulazione dell’attività della serotonina. Risultato: rilassatezza e sensazione di benessere. Provare per credere…

L’Ultrasonografia (ecografia) nelle patologie polmonari del bambino

Autori: Giuseppe Limoli, A. Diouf, C.Sabatini e R. Giacchero, UOC di Pediatria e Patologia neonatale ASST, Lodi

Lo studio clinico è stato pubblicato sulla Rivista SIPO (il cui Presidente, Alberto Chiara, è anche consigliere dell’A.N.A.B.O.). Anabonews lo propone oggi alla vostra attenzione in quanto didatticamente è uno studio valido ed inoltre perchè facilmente utilizzabile dalle piccole strutture sanitarie  di P.S.e dalle Case della salute (dislocate sul territorio) oltre che essere utile come informazione per le famiglie ed i genitori che ci leggono. Ringraziamo gli Autori e Roberto Antonucci, direttore scientifico della suddetta rivista.

Lo studio parte dal presupposto che, anche per fare diagnosi complicate, si devono applicare i metodi più adatti o meno nocivi per rilevarle (cercando di  evitare, se possibile, le radiazioni ionizzanti), indagando i meccanismi della produzione dei sintomi (etiopatogenesi) e valutandone il significato mettendoli in relazione con la diagnosi ipotizzata.

La semeiotica ultrasonografica ci aiuta proprio nella pratica clinica, perchè ci permette di studiare i segni “visuali“ delle malattie, cioè quei segni che si scoprono soprattutto con l’ispezione mediante apparecchi che consentono di vedere nella profondità del corpo, le “ombre” di ciò che normalmente non è visibile a occhio nudo. L’indagine ultrasonografica quindi è diventato o può diventare parte integrante dell’esame fisico, che potremmo chiamare ispezione interna: essa aggiunge dati che sono spesso nuovi, a volte fortuiti, che sfuggono agli altri mezzi di indagine e che possono orientare, a volte in modo inaspettato e imprevedibile, la diagnosi. Quindi l’indagine ultrasonografica è un mezzo integrativo da aggiungere ad ispezione, palpazione, percussione ed auscultazione, specie nel bambino che, per sua natura, ha difficoltà a comunicare i propri sintomi e non gradisce una visita accurata.

Nella esperienza degli autori, come del resto descritto in letteratura, i maggiori vantaggi derivanti dall’utilizzo della semeiotica ultrasonografica pleuro-polmonare, sono: (a) esecuzione dell’esame da parte del medico che sta valutando il bambino nel contesto di un esame obiettivo completo; (b) facilità, rapidità, ripetibilità di esecuzione in PS, Emergency Room o anche al letto del bambino ricoverato, evitando sia il trasferimento in sala TAC di pazienti con stabilità precaria sia il conseguente rallentamento/interruzione del percorso terapeutico/assistenziale; (c) minori limitazioni tecniche rispetto all’esame radiografico del torace in urgenza, che molto spesso è eseguito in posizione supina con paziente non collaborante; (d) minor ricorso alle Rx o TAC con conseguente riduzione dell’esposizione a radiazioni ionizzanti, o all’utilizzo dei mdc, con riduzione dei costi e indubbi vantaggi protezionistici, particolarmente importanti in epoca neonatale/ pediatrica. 

Nel recente passato, la medicina tradizionale ha considerato poco il ruolo dell’Ecografia in questo campo disponendo di metodiche molto performanti come la TAC che, gli autori ribadiscono, continua ad essere il “gold standard” e mantiene un ruolo predominante nel paziente critico in quanto consente una visione panoramica dello scenario con possibilità diagnostica di lesioni peculiari (es. vascolari) altrimenti difficilmente diagnosticabili. Gli AA. ritengono però che, alla luce dei vantaggi offerti dalla metodica ultrasonografica, in particolare nei confronti dell’esame radiografico standard, spesso meno sensibile e specifico, sia da riconsiderare e rivalutare tale posizione che mira ad integrare le metodiche con lo scopo di una più precisa e rapida diagnosi, ottenuta  insieme con la contestuale, vantaggiosa riduzione della dose radiante erogata ai piccoli pazienti dalla nascita e per tutti gli anni di competenza pediatrica.

La vaccinazione eterologa è più efficace, secondo un studio svedese.

Rassegna stampa: DOTTNET, 15/07/2021 e 21.07.2021

Dopo due dosi AstraZeneca somministrare una terza dose di vaccino mRna è efficace, così come è efficace una seconda dose Pfizer dopo una prima dose di Astra-Zeneca (vaccinazione eterologa, autorizzata pochi giorni fa anche dall’EMA, Agenzia Europea del Farmaco). 

Uno studio svedese pubblicato sul New England Journal of Medicine dimostra che una dose eterologa di vaccino Moderna dopo aver ricevuto una prima dose di Astra-Zeneca fornisce una protezione maggiore, in particolare contro le attuali varianti così pericolose e aggressive. Potrebbe essere un’ottima scelta una terza dose mRna  (Moderna) dopo le prime due ricevute in precedenza contenenti l’adenovirus vettore di Astra-Zeneca. A causa delle preoccupazioni sugli eventi trombotici dopo la vaccinazione con ChAdOx1 nCoV-19 (Oxford-AstraZeneca), diversi Paesi europei hanno, infatti, raccomandato strategie di potenziamento dell’RNA messaggero eterologo (mRNA) per le persone di età inferiore ai 60 o 65 anni che hanno ricevuto una dose di ChAdOx1nCoV-19 (AstraZeneca).  Ad oggi, in verità, i dati sulla sicurezza e l’immunogenicità di questi regimi sono limitati ma i primi studi sono incoraggianti.

Incoraggiante è infatti lo studio clinico sull’immunogenicità dei vaccini contro il coronavirus  in cui i Ricercatori svedesi hanno valutato 88 operatori sanitari che hanno ricevuto una dose di vaccino ChAdOx1 nCoV-19 (A.Z)   9 – 12 settimane prima. Tra questi partecipanti, 37 hanno scelto un richiamo (boost)  omologo con ChAdOx1 nCoV-19 e 51 un richiamo  eterologo con mRNA-1273 (Moderna). L’età media dei partecipanti era di 46 anni (range, da 28 a 62) e 40 anni (range, da 23 a 59), rispettivamente. 

I campioni di sangue sono stati ottenuti al momento del boost, 7-10 giorni dopo il boost e 30 giorni dopo il boost. I livelli di IgG specifiche per la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2), specifiche per la proteina (S) e per il dominio legante il recettore (RBD) sono stati valutati con l’uso di un test di immunoassorbimento enzimatico. Gli Autori hanno ricevuto informazioni sulla reattogenicità prima e dopo la somministrazione della dose di richiamo. Le caratteristiche demografiche dei partecipanti e tutti i dettagli dei metodi sono forniti nell’Appendice supplementare, disponibile sulla rivista  NEJM.org.

Il giorno della somministrazione i due gruppi avevano livelli simili di IgG e anticorpi neutralizzanti SARS-CoV-2 S-specifici e RBD-specifici. I livellidi IgG S-specifici e RBD-specifici  7-10 giorni dopo un boost di ChAdOx1 nCoV-19 (Astra Zeneca) erano 5 volte più alti rispetto al giorno del boost; invece, 7-10 giorni dopo l’mRNA-1273, i livelli di IgG specifiche per S erano 115 volte più alti e i livelli di IgG specifiche per RBD erano 125 volte più alti. Dopo 30 giorni, i livelli di IgG S-specifiche sono rimasti simili a quelli tra  7 e 10 giorni, in entrambi i gruppi.

La potente induzione di anticorpi specifici per SARS-CoV-2 S dopo un richiamo eterologo con mRNA-1273 è stata confermata  da un aumento del titolo di neutralizzazione del siero reciproco in vitro, con un ID 50 reciproco da 7 a 10 giorni dopo il boost che è stato 20 volte superiore a quello del giorno del boost. Al contrario, un boost omologo di ChAdOx1 nCoV-19 ha portato solo a un quasi raddoppio dell’ID 50 reciproco entro 7-10 giorni. Un mese dopo il boost, in entrambi i gruppi si è verificato un ulteriore aumento degli anticorpi neutralizzanti, ma l’aumento non è stato significativo. E’ stato inoltre scoperto che un boost di mRNA-1273 aveva indotto anticorpi che potevano neutralizzare la variante B.1.351 di SARS-CoV-2, mentre  un richiamo di ChAdOx1nCoV-19 non ha indotto potenti anticorpi neutralizzanti contro questa variante, un risultato coerente con i risultati di uno studio precedente.

Da annotare, per quanto riguarda gli effetti avversi, come l’aumentato numero di dosi dell’mRNA-1273 somministrate abbia portato a segnalazioni più frequenti di febbre, cefalea, brividi e dolori muscolari transitori  rispetto all’aumento di casi da ChAdOx1 nCoV-19. Tuttavia, non sono state riscontrate differenze significative tra i gruppi quando gli eventi sono stati confrontati in base al livello di intensità. Gli eventi avversi riportati sono comunque in linea con la letteratura scientifica precedente per i “regimi vaccinali omologhi” con Astra Zeneca  o Moderna. 

Concludendo,  il vaccino mRNA-1273 (Pfizer o Moderna) può stimolare efficacemente la memoria delle cellule B specifica per SARS-CoV-2 precedentemente generata da una prima dose di vaccino A-.Z somministrato  9-12 settimane prima e  può fornire una migliore protezione contro la variante B.1.351 rispetto a un richiamo A-Z. Questi dati fanno ritenere percorribile la scelta di utilizzare i vaccini mRNA per strategie di vaccinazione in cui si preveda una terza dose da somministrare ai soggetti che hanno precedentemente ricevuto le prime due dosi di A-Z.

L’attività lodevole della Garante per infanzia e adolescenza (Agia)

Una relazione, composta da un volume di 241 pagine suddiviso in 7 capitoli di cui uno interamente dedicato all’emergenza coronavirus e minori, è pubblicata e disponibile online in qualità di adempimento previsto dalla legge 12 luglio 2011, n. 112 istitutiva dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza. La SIP, pubblicandola sul suo notiziario, commenta: “Con l’istituzione dell’Autorità garante ha avuto inizio un cammino che, soprattutto nell’ultima fase, ha portato ad una più precisa definizione del suo ruolo nel perseguimento degli obiettivi legati alla sua missione istituzionale. I traguardi raggiunti consentono di poter affermare che l’Agia è già una realtà, anche se la sua identità è da definire meglio.

Il volume è suddiviso in 7 capitoli. Il primo capitolo definisce il ruolo dell’Agia all’interno del sistema istituzionale; il secondo si concentra sui rapporti dell’Authority con organismi europei e attività internazionali; il terzo affronta il tema dell’emergenza coronavirus e le persone di minore età; il quarto e il quinto sono dedicati a progetti e attività; il sesto si sofferma su strumenti e iniziative di informazione e comunicazione; il settimo riporta una selezione di documenti.

Oggi ci interessa partire dal capitolo che cita “Il Comitato del Consiglio d’Europa sui diritti dei minorenni (Steering Committee for the Rights of the Child – Comité directeur pour les droits de l’enfant/Cdnef), che nel 2016 ha adottato un documento di indirizzo in materia di protezione dei diritti fondamentali dell’infanzia e dell’adolescenza, “la Strategia del Consiglio d’Europa per i diritti delle persone di minore età “(Strategy for the Rights of the Child), che indicava i seguenti 5 obiettivi da promuovere tra il 2016 e il 2021:

1. garantire pari opportunità a tutti i bambini e gli adolescenti, assicurando a ciascuno, attraverso adeguate misure sociali ed educative, le condizioni di un sano sviluppo psico-fisico;

2. promuovere la partecipazione dei giovani alle decisioni politiche e amministrative che li riguardano, secondo forme che tengano conto del loro grado di maturità e della natura dei problemi da affrontare;

3. liberare le persone di minore età da violenze fisiche o psicologiche, compresi l’abuso e lo sfruttamento sessuale o gli atti di bullismo, anche praticati attraverso i social media;

4. costruire una giustizia “a misura di bambino”, capace di rispondere adeguatamente alle esigenze e in grado di ascoltare la voce dei minorenni nei procedimenti civili, penali o amministrativi che li riguardano;

5. proteggere la vita dei soggetti di minore età da e nell’ambiente digitale.

Inoltre l’Autorità garante dal 2016 sta intrattenendo con il Consiglio d’Europa un dialogo proficuo sui temi della Strategia e ha seguito le attività del Comitato sui diritti dell’infanzia (Cahenf) istituito dal Comitato dei ministri del COE sovrintendere alla attuazione della “strategia”.

Nel 2020 l’Autorità garante ha seguito le attività dello Steering Committee (Comitato direttivo) for the Rights of the Child (Comité directeur pour les droits de l’enfant – Cdenf) – che alla fine del 2019 ha preso il posto del citato Cahenf con il compito, tra l’altro, di orientare il lavoro del COE – indirizzando il Comitato dei ministri verso le azioni e le proposte più appropriate circa le priorità generali da assumere in materia di infanzia e adolescenza;

Inoltre l’Agia ha rafforzato i rapporti con Organismi europei per facilitare lo scambio di informazioni, esperienze e buone pratiche (buone prassi) per monitorare l’applicazione delle Convenzioni contribuendo al completamento dell’Agenda delle Nazioni Unite 2030 per uno sviluppo sostenibile.

Il Cdenf, in carica fino al 31 dicembre 2021, sta supervisionando l’attuazione della Strategia per assicurare che i diritti dell’infanzia siano integrati nel lavoro di tutti i comitati e degli organismi del COE  a sostegno degli Stati nel processo di integrazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nella legislazione e nelle politiche nazionali. L’Autorità garante ha seguito poi nel 2020 tutte le Riunioni plenarie del Comitato, svoltesi in modalità online rispettivamente il 26 giugno, il 17 settembre e dal 16 al 18 novembre. (1) La riunione di giugno è stata interamente dedicata a trattare il tema dell’impatto che la pandemia da Covid-19 ha prodotto sui minorenni, mentre (2) quella di settembre ha rappresentato uno scambio di opinioni sullo stato di preparazione della nuova Strategia del Consiglio d’Europa sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (2022-2027); (3) nel corso della sessione di novembre, infine, è stato fatto il punto sulle attività svolte dai due comitati su cui il Cdenf è supervisore: (a) quella sulle risposte alla violenza ai danni dell’infanzia e (b) quella del superiore interesse dei minorenni nei procedimenti di separazione dei genitori e di affidamento. Inoltre sono stati forniti aggiornamenti sul lavoro preparatorio della Strategia e sono state approfondite le seguenti tematiche: (A) diritti dei minorenni e partecipazione ai processi decisionali nel campo biomedico; (B) diritti e tutela dell’infanzia nell’ambiente digitale; (C) valutazione delle sfide legate alla protezione e all’assistenza verso i minorenni rimpatriati (in relazione all’applicazione della Strategia del Consiglio d’Europa in tema di contrasto al terrorismo 2018-2022); (D) risposte alla pandemia da Covid-19.

Dunque l’Autorità garante dell’Infanzia e adolescenza c’è e La ringraziamo! Ha dimostrato di esserci e di ricoprire ormai un ruolo fondamentale in difesa dei minori, avendo fra l’altro la Soc. It. di Pediatria (SIP) al suo fianco ( e l’A.N.A.B.O.) mediante protocollo di collaborazione operativo. Bene così, l’unione fa la forza anche in difesa dei soggetti in età pediatrica!

Inquinamento atmosferico e coronavirus

Ieri ho parlato di siccità, desertificazione, deforestazione, alluvioni, cambiamenti climatici catastrofici perchè, sotto sotto, resta in me il dubbio che il nuovo coronavirus sia venuto fuori da questo sconvolgimento ambientale in cui anche i numerosi inquinanti potrebbero essere responsabili. Molti studi se ne occupano, tra cui uno dell’ISS, che dice di andare  sul sito,  al momento non consultabile. 

La domanda che da mesi mi rode e corrode è: “Esiste una correlazione tra inquinamento atmosferico e Covid-19, fra particolato atmosferico e nascita di un virus mostruoso? Può l’esposizione all’inquinamento atmosferico, sia cronica sia acuta, avere un effetto sulla probabilità e diffusione del contagio, in altre parole, sulla comparsa dei sintomi e il decorso della malattia causata dalla SARS-CoV-2? 

Molti gli studi in corso, ma divergenti sono le posizioni degli scienziati…come al solito. Cominciamo con 2 studi, uno dell’Università di Catania e uno dell’Università americana di Harvard, correlano le polveri sottili con le infezioni Covid-19.  Il presidente del Consiglio superiore di sanità, il Prof. Franco Locatelli, nei mesi scorsi ha affermato  che la correlazione fra polveri sottili e mortalità da Covid-19 è un’informazione importante che contribuisce a definire meglio lo scenario dei fattori di rischio e relativamente ai due suddetti studi ha precisato che si tratta di studi importanti da tenere nella dovuta considerazione, ma che non si possono ancora trarre conclusioni definitive (leggi la news sul sito del Ministero della salute, ultimo paragrafo). 

Il 23 giugno 2020 si è tenuto un webinar “Inquinamento atmosferico e covid”,organizzato con l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) ed è parte del programma CCM2018 del Ministero della Salute “RIAS”. Con un approccio interdisciplinare sono stai affrontati i temi della plausibilità biologica, delle evidenze disponibili e di aspetti metodologici nell’ambito dell’epidemiologia ambientale.

Due importanti lavori scientifici sulla relazione tra Covid-19 e inquinamento atmosferico in pubblicazione su 2 prestigiose riviste,  frutto della collaborazione di Arpa con l’Università di Bologna (Dip.to di Med. specialistica diagnostica e sperimentale) e con Public Health England (Centre for Radiation, Chemical and Environmental Hazards), rappresentano un importante contributo nella discussione sulla rilevanza della qualità dell’aria nella gravità della malattia causata dal covid. Entrambi gli articoli hanno permesso di ipotizzare il meccanismo per cui alti livelli di PM nell’aria possono contribuire al peggioramento delle condizioni cliniche di persone infette da Sars-Cov-2 (e più in generale dai virus respiratori), soprattutto in correlazione con altre patologie pregresse. L’ipotesi avanzata dagli studi è che l’inquinamento non sia un elemento che facilita l’ingresso del virus nell’organismo, quanto invece un ulteriore fattore di rischio, al pari di ipertensione, diabete e obesità, in grado di aumentare la suscettibilità all’infezione o aggravare i sintomi di Covid-19.

La SIMA (Società italiana di medicina ambientale) ha scritto: “il coronavirus è legato all’inquinamento atmosferico solo con un numero alto di contagio e con condizioni atmosferiche sfavorevoli”. Dopo l’adozione della ricerca pubblicata sul Bmj Open il 24 settembre 2020, che evidenzia per la prima volta un’associazione tra incidenza di Covid-19 ed eccesso di particolato atmosferico nelle città del nord Italia investite dalla prima ondata, la Società italiana di Medicina ambientale (Sima) ha costituito una rete internazionale (denominata Rescop) per la ricerca del coronavirus Sars-COV2 sia nell’aria ambiente che nei luoghi chiusi (indoor). La Rescop è oggi una commissione tematica della rivista scientifica “Environmental Research” e sta contribuendo a trovare evidenze sul tema grazie a un Numero speciale dedicato a “Covid-19 e inquinamento outdoor/indoor”.  La rete Rescop ha condotto un monitoraggio a Milano, Bergamo, Napoli, Madrid e Bruxelles nel corso del lockdown tra aprile e maggio, giungendo alle stesse conclusioni della ricerca condotta in Veneto e in Puglia dal Cnr Isac negli stessi giorni: il coronavirus Sars-COV2 non si ritrova nell’aria ambiente se non circola in maniera massiccia tra la popolazione, fatto che ne rimane il presupposto necessario ma non sufficiente. Infatti, oltre a un’ampia diffusione del virus – resa più difficile dall’uso di mascherine anche all’aperto – è necessario che vi siano condizioni climatiche ideali all’adesione del virus al particolato – come, per esempio, giornate di nebbia, con tassi di umiditàа idonei e temperature basse – e trovarsi in presenza di picchi di PM10 molto elevati».  E’ evidente che una certa influenza sulla diffusione della pandemia sia legata all’inquinamento, anche se maggiormente in alcune giornate come sopra elencato. I risultati dunque indicano che il virus entra strettamente a contatto con il particolato e questo può essere possibile solo attraverso l’interazione tra le goccioline di espettorato e le polveri sospese. Nel recente lavoro sul Bmj Open, i ricercatori Sima hanno proposto per la prima volta un modello meccanicistico secondo cui le goccioline, interagendo con il particolato sospeso, rallentano la loro velocità di dispersione outdoor mantenendosi più stabili nell’aria e permettendo una maggiore probabilità di contagiare persone a distanze superiori a 2 metri, portando così la distanza di sicurezza a 8 metri. Questa maggiore stabilità ha verosimilmente portato a fenomeni di superspread con Rt che passano da 1-2 a 3-4, come osservato in molte province del nord Italia anche durante la seconda ondata tra ottobre e novembre, quando gli sforamenti di polveri sottili hanno interessato Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, così come l’area metropolitana di Napoli. Il fatto che nessun campionamento eseguito dalla rete RESCOP o da altri enti abbia riscontrato il coronavirus nelle belle giornate di lockdown della scorsa primavera è di fatto una conferma all’ipotesi di ricerca: l’effetto di accelerazione del processo di contagio è determinato da alte concentrazioni di polveri e meteorologia sfavorevole (basse temperature, umidità e nebbia), oltre che da un’elevata circolazione del virus. Bè insomma qualcosa è emerso.

Per eliminare il mio iniziale dubbio escludendo causa-effetto, intervengono però CNR e ARPA Lombardia, che affermano come il particolato atmosferico non favorisca la diffusione con l’aria del coronavirus: smentiscono ipotesi di correlazione, in base a una ricerca pubblicata su Environmental Research che ha analizzato le concentrazioni di SARS-CoV-2 in aria nelle città di Milano e Bergamo,  studiando l’interazione con le altre particelle presenti in atmosfera. In base ai dati emersi i ricercatori  affermano che la probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno… ma a me, personalmente, resta il dubbio…

Siccità in Australia, alluvione catastrofica in Germania

Cracked River Bed in South Australia

Dobbiamo pensare al futuro dei nostri figli. Tutti dicono che il nostro Pianeta è malato, ma ancora si sta discutendo senza prendere decisioni tempestive ed esaustive a livello di G20; lo stesso avviene anche tra i nostri politici e i singoli cittadini preoccupati per il futuro che non è poi così lontano, ma intanto stiamo assistendo, impotenti o indifferenti (ma in gran parte responsabili)  a sconvolgimenti climatici da fare spavento con estremi di siccità in alcuni paesi e alluvioni, inondazioni, terremoti, tifoni e trombe d’aria in altri. Siamo convinti che se non si fa qualcosa di serio per abbassare, ad esempio, i livelli di CO2 (ma della scriteriata, inesorabile deforestazione  nell’Amazzonia brasiliana causa di una eccessiva produzione di CO2 non è forse l’uomo responsabile?) fra alcuni anni saremo alla frutta e non potremo più modificare il corso degli eventi a volte catastrofici ai quali assistiamo di tanto in tanto in TV. Tagliando le emissioni di CO2 si potrebbe infatti evitare il catastrofico innalzamento di 1,5 gradi della temperatura della Terra (tema trattato da The Guardian). Abbiamo letto un articolo recentemente sulla Riv. Internazionale dal titolo “Il futuro è già qui” in cui gli autori, due giornalisti francesi Lucile Berland e Jerome Fritel, scrivono di essere convinti che il futuro è l’attuale presente. E in Australia, che è una delle potenze agricole del mondo che esporta il 70% della sua produzione di carne, riso e cereali anche in Asia,  addirittura sono arrivati a privatizzare l’acqua disponibile per cui essa è tassata ed ha già una tariffa elevata perché è quotata in borsa…l’acqua… capite? Perché laggiù ormai la pioggia è una chimera, zone desertiche sono sempre più ampie, alberi secolari moribondi, non c’è più erba, insetti, vermi, uccelli, rane in barba all’ecosistema sostenibile. Ci si mettono anche gli incendi in crescendo delle foreste sempre più micidiali e molti agricoltori stanno lasciando le loro fattorie svendendole al miglior offerente. Una rivoluzione totale con lo stravolgimento di molte vite; ma intanto i fiumi si prosciugano, il suolo si sbriciola, il bestiame muore di sete. L’acqua  in Australia oggi ha un prezzo molto alto che è fissato dal mercato (come il petrolio) e non c’è più bisogno di possedere terreni per comprare i titoli dell’acqua che prima si pensava potessero costituire un reddito complementare, ma intanto il 22 marzo scorso nel New South Wales 18mila persone hanno lasciato le loro case in seguito ad alluvioni continue provocate da giorni ininterrotti di piogge torrenziali. E l’acqua, ora razionata, scarseggia sempre più anche per gli agricoltori; l’agricoltura intensiva e gli speculatori, che hanno troppo sfruttato le falde freatiche e i fiumi  con la modifica della portata dei corsi,  hanno avuto la meglio sui piccoli coltivatori, che hanno ceduto e svuotato, andandosene, i loro villaggi tanto da noi invidiati un tempo. Gli ecologisti hanno manifestato e stanno protestando…inascoltati.

Dunque bisogna fare presto, la lotta al cambiamento climatico è una sfida difficile, ma porterà, secondo gli studiosi, benefici di gran lunga superiori rispetto ai costi. Le autorità tedesche hanno riconosciuto che l’aspetto climatico è l’elemento decisivo delle catastrofi che si sono verificate, compresa quella nella Renania di due giorni fa con 160 morti accertati e migliaia di dispersi; tali fenomeni sono sempre più frequenti, anche in Italia. 

In 20 anni (dal 1995 al 2017) il progetto di  ricerca chiamato TITAN ha dimostrato che nel mondo abbiamo subìto 77 miliardi di danni da calamità naturali (43,5 miliardi di euro da disastri naturali e 33,4 miliardi derivanti da conseguenze economiche nelle aree colpite) in cui la responsabilità è legata ai cambiamenti climatici, come le tempeste di venti e le alluvioni che hanno causato il 76% dei danni stimati dai ricercatori. La situazione climatica è in continua evoluzione con l’aumento delle temperature degli Oceani e i cambiamenti delle correnti marine e questa è un’emergenza climatica che prevede la messa a punto di misure correttive significative in tempi brevi per tamponare i costi e gli effetti sociali (disagio psicologico e impoverimento delle famiglie) per i quali si deve prevedere un Fondo (si sta pensando a 72 miliardi entro il 2035, fra 14 anni da raddoppiare negli anni successivi; ma gli esperti contestualmente ritengono che questa sia un’opportunità per metterci all’avanguardia (scriveva ieri Pietro Sacco su l’Avvenire) nel mondo delle tecnologie energetiche e le innovazioni digitali di cui tanto si parla e in cui l’Italia può competere in molti settori economici. E’ questo un momento di transizione ecologica epocale in cui si deve sostenere l’occupazione ed ora abbiamo, con i fondi del Recovery Plan, le risorse per riuscirci. Ma l’impegno deve essere mondiale; perciò Cina e USA devono ridurre le emissioni globali molto più elevate delle nostre, mentre l’Europa (e l’Italia è leader) deve fare investimenti appropriati anche sul capitale umano da ri-formare e reinserire nel mondo del lavoro per realizzare i nuovi ambiziosi obiettivi, in quanto le premesse sembrano economicamente vincenti. Lo dobbiamo per i nostri figli e nipoti, anche perchè i ragazzi italiani di oggi (appartenenti alla Generazione Z), intervistati in 30.000 da Grassucci Daniele  e Taddia Federico nel loro libro “Chi sono? Io, le altre e gli altri”, Ed. De Agostini hanno dimostrato maturità e senso di responsabilità sul futuro che sanno dipendere da loro anche se temono di fallire. Certo è che i nostri ragazzi, ancora oggi nonostante il mutamento dei costumi, pongono tra i primi obiettivi di vita la scuola, il lavoro, la famiglia e la tutela ambientale. Questo è certamente un confortante segnale.

Covid-19: presto 5 terapie disponibili in tutta Europa

Rassegna stampa… da Doctor33. luglio 2021 

In Europa i contagi sono nuovamente in crescita a causa della sospensione delle restrizioni nonostante le vaccinazioni proseguano a ritmo serrato, ma che fino ad oggi hanno risparmiato (errore di calcolo?) i giovanissimi, cioè i minori. Apertura tra i ragazzi di 12-16 anni, ma tardivamente. Però in campo terapeutico abbiamo i primi risultati incoraggianti su cui punta  la strategia dell’UE nel la lotta contro il Covid 19. La Commissione europea ha annunciato un primo portafoglio di n. 5 trattamenti che “dovrebbero essere presto disponibili per curare i malati nell’Ue”. N. 4 di queste terapie sono costituite da Anticorpi monoclonali, che sta esaminando l’EMA. Il quinto è un immunosoppressore, che ha già l’autorizzazione alla commercializzazione che potrebbe essere presto estesa alla terapia dei malati di Covid. Per la commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides, “anche se la vaccinazione sta prendendo velocità, il virus non sparirà e i pazienti avranno bisogno di cure sicure ed efficaci per ridurre la gravità del decorso da Covid-19”.

I cinque farmaci, spiega la Commissione, sono in una fase di sviluppo “avanzato” e hanno una sperimentazione positiva, tanto da essere tra le nuove terapie per la Covid-19 che riceveranno l’autorizzazione entro ottobre 2021, obiettivo fissato dalla strategia, sempre che si confermino sicuri ed efficaci. Nello specifico si tratta di una nuova indicazione per un farmaco esistente, l’immunosoppressore Baricitinib (un farmaco che riduce l’attività del sistema immunitario), prodotto da Eli Lilly. La richiesta è sotto esame all’EMA. Gli altri quattro, gli anticorpi monoclonali, che l’EMA sta valutando secondo una “procedura accelerata di revisione dei dati clinici”. Si tratta di una combinazione del Bamlanivimab e dell’Etesevimab della Eli Lilly; di una combinazione di Casirivimab e Imdevimab della Regeneron Pharmaceuticals e Roche; del Regdanivimab di Celltrion; del Sotrovimab di GlaxoSmithKline e Vir Biotechnology. Scusate i nomi impossibili da pronunciare e memorizzare.

La strategia UE sulle terapie per la Covid-19 è la replica del metodo utilizzato per i vaccini, che si è rivelato sul medio periodo un successo: centralizzare, a livello della Commissione europea, l’acquisto dei farmaci, per conto dei 27 Stati membri. La strategia riguarda l’intero ciclo di vita dei farmaci, dalla ricerca, allo sviluppo fino alla manifattura, all’acquisto e alla distribuzione. Fa parte di quell’Unione della salute che la Commissione di Ursula von der Leyen sta cercando di costruire, facendo tesoro delle dure lezioni (sconfitte) impartite nel corso della pandemia da Covid-19. L’obiettivo iniziale era quello di autorizzare 3 cure per la Covid entro ottobre e altre 2 entro fine anno. Ma, con le pericolose varianti, che ormai tutti conoscete e che non fanno stare tranquilli neppure i vaccinati con due dosi, l’obiettivo è accelerare al massimo (saggiamente) sui tempi e modalità di distribuzione anche dei suddetti farmaci.

Il pediatra di fronte a un bimbo con bisogni speciali adottato all’estero

Close up face adorable preschool little mulatto daughter looking at camera smiling strong embrace her loving young mother, mom rear view. Happy wellbeing family or new mum for adopted child concept

Il pediatra ha oggi un altro peculiare ruolo, quello di aiutare i genitori adottivi in un percorso adottivo non facile se un bambino “con problemi” viene adottato all’estero, perciò deve anche essere esperto in adozioni internazionali. Lo conferma  la nostra collega, Giuseppina VENERUSO, pediatra e infettivologa già responsabile del Centro presso l’H Pediatrico Meyer di Firenze che ha scritto con grande competenza un articolo sul tema avendo approfondito le sue conoscenze in questo specifico settore; non è poi così raro ricevere come pediatri  una coppia che porta un bambino straniero adottato da poco. Anche io ne so qualcosa  essendomi occupato per molti anni del Settore adozioni internazionali in qualità di consulente e poi dirigente medico della Regione Lazio (Assessorato alla famiglia e alle politiche sociali, allora in Via del Caravaggio, RM).

I bambini adottati provenienti dall’estero necessitano di un’accoglienza sanitaria specifica. Negli anni 2000 nel Gruppo Di Lavoro Nazionale del Bambino Immigrato ( GLNBI), formatosi nel 1992 in ossequio alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è sorta una sezione dedicata al bambino adottato all’estero. Il Gruppo, a sostegno delle famiglie adottive, ha istituito una rete di Centri di Riferimento e ha formulato un protocollo diagnostico-assistenziale condiviso, denominato “Accoglienza sanitaria del bambino adottato all’estero”, che rivisitato nel 2007, è stato approvato dalla Commissione per le Adozioni Internazionali ( CAI ). Tali servizi offrono la possibilità di valutare lo stato di salute del bambino in tempi brevi, con un percorso che comprende indagini di laboratorio, (tra cui alcune che è possibile effettuare solo in centri specializzati), indagini strumentali e visite specialistiche per fare diagnosi precoce di gravi malattie infettive a volte asintomatiche ( tbc, epatiti, parassitosi), di patologie neurologiche ed endocrinologiche.

Attualmente i Servizi sono distribuiti fra Nord, Centro e Sud-Italia. Il Servizio dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze è stato uno dei primi a operare a causa dell’alto numero di adozioni internazionali già dalla fine degli anni ‘90. Negli ultimi anni è notevolmente cambiata la tipologia dei bambini che arrivano per adozione internazionale, sono minori con particolari problemi psico-fisici, con bisogni speciali, migliaia in tutti i Paesi, i primi destinatari dell’adozione internazionale anche per mancanza di interessamento a livello della propria nazione.

Nel 2009 sono state pure pubblicate “Linee guida” che indicano i percorsi operativi per facilitare l’adozione dei minori inseriti in “liste speciali”. C’è poi la possibilità, purtroppo tutt’altro che rara, che bambini non facenti parte delle liste speciali, a causa di diagnosi insufficienti o incomplete effettuate nei Paesi di provenienza, rivelino, una volta adottati, problematiche da rintracciare nelle liste “special needs”. Però le schede che arrivano dai Paesi spesso sono insufficienti e scarse di informazioni mediche e psicologiche. Molte le problematiche presenti nelle “liste speciali”, alcune si possono risolvere nel giro di qualche anno con cure mediche o psicologiche adeguate, altre con operazioni chirurgiche (labio-palatoschisi, amputazioni, ecc. ), altre ancora, come i disturbi da deficit di attenzione  e iperattività, possono scomparire con un sostegno psicologico adeguato. Ci sono tuttavia, anche situazioni di disagio o malattie croniche per le quali non esistono cure specifiche.

E’ comprensibile pertanto, che di fronte alla eventuale decisione di accogliere un bambino con “ bisogni speciali”, i futuri genitori adottivi, che non conoscono il tipo di patologie segnalate e le loro ripercussioni nel tempo, siano disorientati. E dubbiosi sono  tuttavia anche gli stessi operatori socio-sanitari che devono affrontare le patologie segnalate in vista di una proiezione verso una possibile genitorialità, ed anzi in questi casi, le difficoltà sono maggiori perché si è più consapevoli delle ripercussioni a distanza e dei possibili percorsi di cura non certo facili.

Le coppie si trovano a dover fare delle scelte importanti, sia prima dell’abbinamento ( analizzando le check list ed esplicitando la propria disponibilità al momento della preparazione del dossier), sia successivamente alla proposta, quando la disponibilità dichiarata sulla carta si materializza in una possibilità concreta. Il questa fase del percorso adottivo un pediatra “esperto” è certamente un utile supporto nella difficile decisione che la coppia deve affrontare. Solo chi ha una esperienza acquisita “sul campo”, maturata ad esempio nei Centri di riferimento o nei Paesi che offrono bambini si sa destreggiare di fronte al grande numero di cartelle cliniche dei bambini segnalati e può formulare un giudizio presuntivo di attendibilità o meno rispetto a quello che è segnalato nelle schede. Molte volte il pediatra è consapevole di non fare un vero e proprio atto medico, tuttavia si rende disponibile per sostenere la coppia nei difficili momenti di scelta.  

Le Istituzioni e gli Enti autorizzati già da tempo stanno operando per accompagnare le coppie attraverso un percorso pre-adottivo, ma il rapido cambiamento della tipologia dei bambini che arrivano per adozione internazionale impone una continua  revisione delle prassi operative. Pertanto ciò che in passato si poteva “gestire” affrontando il caso singolo, oggi invece, richiede una specifica preparazione sia degli operatori che della coppia.

E’ necessario infatti che nella fase pre-adottiva siano fornite le informazioni indispensabili per valutare bene il “rischio sanitario” in modo che la coppia possa accogliere il loro futuro figlio con maggiore consapevolezza.

E’ fondamentale seguire ancora la coppia dopo il percorso post-adottivo se il bambino è in condizioni psico-fisiche patologiche con ripercussioni sull’apprendimento ed in generale sull’inserimento sociale del soggetto adottato.

Perciò i Servizi di Riferimento devono attuare strategie condivise tra le figure-chiave del percorso post-adottivo: i pediatri di famiglia, gli assistenti sociali, gli psicologi dei servizi socio-sanitari e gli educatori.

Invece nel caso di bambini con bisogni speciali è  urgente formare equipes polidisciplinari formate da: operatori dei Servizi territoriali, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili, psicologi, pediatri, educatori. In questo lavoro di “rete” fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi, la figura professionale delpediatra “esperto di adozioni internazionali “ è indispensabile per la funzione di raccordo che può svolgere fra i componenti della rete stessa, consistente nel far conoscere la sintomatologia e il decorso di alcune sindromi, anche rare non sempre ben definite, come la sindrome feto-alcolica, che rappresenta un grave problema medico-sociale in bambini provenienti dall’Est Europa. In questi bambini infatti, raro il deficit intellettivo, ma il rendimento scolastico è gravemente ostacolato dalla difficoltà di concentrazione che richiede un programma pedagogico adeguato.

Negli ultimi anni specialmente in bambini provenienti dall’Africa e dal Sud-Est Asiatico è emerso un problema con ripercussioni nella vita sociale, specialmente per l’inserimento scolastico perché in molti casi la certificazione presenta un’evidente discrepanza fra età cronologica ed anagrafica. In alcuni Paesi infatti, i bambini non vengono registrati alla nascita, ma solo quando sono portati in Istituto con attribuzione arbitraria. In questi casi il pediatra esperto può indirizzare i genitori adottivi verso una valutazione precisa dei diversi parametri auxologici con un’attribuzione dell’età più vicina possibile a quella cronologica, permettendo così l’ inserimento scolastico in una classe adeguata.

Nei mesi successivi all’arrivo in Italia, di solito, si assiste a un rapido incremento staturo-ponderale dovuto alle migliorate condizioni di vita, all’alimentazione più ricca e variata e non ultimo, al beneficio psico-affettivo ricevuto. In seguito si ha, di solito, una stabilizzazione della crescita; soprattutto nelle bambine, si può anche verificare una pubertà precoce, perciò un ritardo nella diagnosi di pubertà precoce può recare alla bambina un danno fisico e psicologico, da un lato impedendogli di raggiungere una statura adeguata, dall’altro rendendola oggetto, anche per questo evento fisico, di ulteriore discriminazione e atti di bullismo. Una persona esperta può indirizzare i genitori verso un Centro specialistico, senza minimizzare o attribuire la precoce maturazione alla differente etnia. Da quanto esposto appare evidente la necessità, anche in questo campo, di una formazione continua degli operatoriper accompagnare con successo la coppia in tutte le fasi del percorso adottivo e per consentire ai bambini il migliore inserimento familiare e sociale.

Più diritti per i bambini in ospedale: protocollo e carta garantiscono

Diamo qualche altra informazione su un tema che ci sta molto a cuore. Intanto un richiamo storico recente sulla strada dei diritti dell’infanzia per ricordare che  il 14/11/2018 è il giorno della sottoscrizione di un Protocollo che prevedeva più diritti per i piccoli pazienti ricoverati in ospedale e che ha portato alla Carta dei diritti del bambino in ospedale negli anni successivi.

L’accordo fu raggiunto e firmato da Filomena Albano, magistrato e, fino a poco tempo  fa,  Autorità Garante per l’Infanzia  e l’Adolescenza e dall’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (Aopi) nel corso della prima Convention del management della Sanità organizzata a Roma dalla Federazione delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso). 

Albano sosteneva spesso che “la felicità è un diritto dell’infanzia” e AOPI è un’associazione senza scopo di lucro, nata nel 2005, che, sulla base di una libera e volontaria aggregazione, ha per finalità il coordinamento di iniziative atte a promuovere lo sviluppo culturale, scientifico e gestionale delle strutture assistenziali ad alta specialità dedicate all‘area materno-infantile ed all‘età evolutiva. L’A.N.A.B.O. onlus, anch’essa senza scopo di lucro, nata tre anni dopo, il 3 luglio 2008, con consiglieri fondatori presenti anche tra i vertici della SIP (Soc. It. di Pediatria) aveva ed ha, tra le finalità, la tutela degli interessi morali e sociali dell’infanzia e delle famiglie, coinvolgente tutti gli operatori sanitari dell’Area pediatrica finalizzando la propria attività alla promozione di una qualificata assistenza pediatrica in ospedale e sul territorio ed all’umanizzazione delle cure al bambino. Citiamo l’ANABO perché è nata, in quel periodo e con gli stessi intenti, a seguito dell’evoluzione dell’APOL in CONAPO che già avevano sostenuto presso le autorità socio-sanitarie, in tutte le sedi, l’azione a favore dei bambini ricoverati (Giuseppe Claps è stato anche presidente CONAPO). Sono sigle che significano semplicemente che l’accordo era totale su questo tema oltre che sulla lotta contro il dolore da parte di universitari e ospedalieri.

L’intesa precedeva la celebrazione della Giornata Mondiale per i diritti del Fanciullo, celebrata ogni anno il 20 novembre, che vide protagoniste 13 eccellenze ospedaliere della pediatria, tra cui il Bambin Gesù di Roma, il Meyer di Firenze, il Gaslini di Genova e il Santobono di Napoli. Insomma tutta l’Italia pediatrica che conta! 

Importanti a tal proposito sono state alcune dichiarazioni di alcuni esponenti come Paolo Petralia, presidente AOPI e direttore dell’ospedale Gaslini che affermava: “Uno dei principali obiettivi è redigere, far conoscere e diffondere la Carta dei Diritti dei bambini in ospedale, messa a punto anni fa ed ora aggiornata. Ora ci impegneremo insieme al Garante affinché questi diritti siano esigibili e misurabili”. E ciò si è realizzato.

Interessante per le famiglie è sapere che, per semplificare al massimo le procedure e per coinvolgere i piccoli pazienti e veicolare in modo efficace la Carta dei Diritti, è stata realizzata un’APP con la quale i bambini potranno esprimere il loro parere su quanto siano o meno stati rispettati i loro diritti. Per esempio quello di essere assistiti e curati in modo globale, tenendo conto delle loro esigenze fisiche e soprattutto psicologiche, oppure il diritto di avere accanto a sé in ospedale un genitore, oppure ancora il rispetto della propria privacy, il diritto allo studio e anche, perché no, al gioco. Particolarmente soddisfatta è stata l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano che commentò: “La firma di oggi rappresenta un passo in avanti nella promozione della salute e dei diritti delle persone di minore età. Oggi avviamo una collaborazione importante con gli ospedali pediatrici per mettere in atto interventi a sostegno della qualità della vita dei minorenni ospedalizzati».

Oggi Anabonews presenta  la versione aggiornata della “Carta dei Diritti del Bambino in Ospedale” redatta in collaborazione da AOPI e AGIA ( firmata dalla nuova Garante: il magistrato Carla Garlatti e da Zanobini per AOPI).

“Il bambino ha diritto a un aiuto e a un’assistenza particolari tesi a favorire il suo pieno sviluppo e la completa maturazione della sua persona sotto il profilo fisico, intellettuale, morale e sociale. La malattia può costituire per la persona di minore età un momento critico di dipendenza sia fisica che psicologica dagli adulti, se non un ostacolo al suo percorso di crescita. Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza si afferma che le persone di minore età hanno diritto a ricevere aiuti, cure e assistenza e si riconosce il ruolo peculiare e centrale della famiglia per il loro armonico sviluppo e il benessere globale. 

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza promuove e sostiene tutte le azioni volte a garantire pari opportunità nell’accesso alle cure delle persone di minore età, nell’esercizio del loro diritto alla salute e pari opportunità nell’accesso all’istruzione anche durante la degenza e nei periodi di cura. A tal fine condivide le finalità di AOPI perseguite con l’app Tommy e Ollie, un’applicazione che potete scaricare da AOPI su smartphone che propone ai più piccoli la lettura della Carta dei diritti del bambino in ospedale, articolo per articolo, in un “linguaggio child friendly”.

Tutto il personale degli ospedali afferenti alla rete AOPI “Associazione degli Ospedali Pediatrici Italiani” si impegna a rispettare i diritti enunciati nella presente Carta e a garantirli a tutti i bambini e i ragazzi che fruiscono delle prestazioni sanitarie erogate, senza alcuna distinzione e a prescindere da ogni considerazione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine nazionale, etnica o sociale, situazione finanziaria, incapacità, nascita o da ogni altra circostanza. 

Aderiscono all’AOPI le Direzioni Generali degli Ospedali Gaslini di Genova, Meyer di Firenze, Burlo Garofolo di Trieste, Regina Margherita di Torino, Bambino Gesù di Roma, Salesi di Ancona, Santobono-Pausilipon di Napoli, Civico Di Cristina di Palermo, il Dipartimento Salute della Donna e del Bambino (“La Pediatria”) dell’Azienda Ospedaliera di Padova e l’Ospedale dei Bambini A.O.Spedali Civili Brescia, Presidio Pediatrico “Giovanni XXIII” A.O. Policlinico di Bari, Presidio Pediatrico “Osp. Infantile” Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, Dipartimento pediatrico A.O. Policlinico Sant’Orsola – Malpighi di Bologna, Dipartimento Materno – Infantile Azienda Ospedaliera G. Martino di Messina e Ospedale Materno-Infantile “Filippo Del Ponte” Asst dei Sette Laghi Polo Universitario di Varese. Firmato

Garante per l’infanzia  e l’adolescenza Carla Garlatti 

Presidente AOPI   Alberto Zanobini