Smartphone, PC e Internet: 4 regole per evitare assuefazione e dipendenza

…Aggiungiamo anche i costosi videogiochi e il quadro di un’infanzia che rischia di gettare via gli anni migliori,  schiavizzata dai diabolici e sempre più sofisticati dispositivi elettronici, è completato dalla dipendenza di cui soffrono, già abbondantemente, gli adulti, cioè coloro che dovrebbero educare i bambini per non cadere in quella trappola.

Questi strumenti digitali e/o elettronici sono talmente diffusi che è necessario un maggiore impegno delle scuole, delle famiglie e dei pediatri per  educare i bambini a utilizzare nella giusta misura tali affascinanti, ma nello steso tempo pericolosi mezzi di comunicazione e di apprendimento. Occorre insegnare ai bambini di guardare al web con senso critico e giusta misura perchè esso nasconde  i rischi legati alla ridotta attività motoria e alla sedentarierà che portano al sovrappeso con patologie correlate… ed alla dipendenza.

Abbiamo rispolverato il libro “3-6-9-12 Rule ” di Serge Tisseron, psichiatra e direttore di ricerca dell’Università di Parigi Ouest Nanterre, cui hanno dedicato un bell’articolo in un numero speciale G. Vitali Rosati e C. Caruso  (Rivista “Conoscere per crescere”, anno 2018) per insegnare ai bimbi, in base all’età, ad avere il giusto rapporto con i dispositivi elettronici. Si tratta di 4 regole che i genitori sono tenuti a seguire…per non piangere dopo:

1. I bambini devono evitare di mettersi di fronte a questi dispositivi prima di 3 anni in quanto è arcinoto che il gioco all’aria aperta  o con i compagni è più rilassante e sopratutto più creativo per bambini di quest’età che ne ricevono stimoli adeguati per un  normale sviluppo cognitivo; ci dobbiamo aggiungere anche problemi  precoci di vista.

2. I bambini prima di 6 anni non devono usare dispositivi elettronici “portatili”, perché da essi vengono fatalmente  attratti con il risultato dannosissimo che la loro attenzione viene esclusivamente  attratta dalla consolle; le conseguenze sono un deficit di attenzione a scuola e  disturbi del comportamento con tendenza all’isolamento e ripercussioni negative sull’acquisizione delle competenze relazionali e sociali.

3. Prima di 9 anni il bambino non deve navigare su Internet; a quest’età deve cominciare a farlo con un adulto vicino che gli indichi i rischi legati al fatto che: a)  ciò che viene pubblicato può diventare di dominio pubblico; b) ciò che viene caricato su Internet ci resta per sempre; c) non tutte le informazioni che troviamo sono giuste  e corrette perché  spesso le fonti non sono attendibili;

4. Soltanto dopo i 12 anni il ragazzo può collegarsi con Internet da solo (dopo essere stato istruito). I genitori però devono sempre sorvegliare dettando le regole di utilizzo compresi gli orari, massimo un paio d’ore al giorno e attivando i comuni mezzi di controllo parentale.

I genitori hanno la principale responsabilità della salute psicofisica dei propri figli; quindi devono per primi dare l’esempio così come i fratelli maggiori rispetto ai più piccoli. Tisseron,  fornendo la regoletta del 4, anche facile mnemonicamente, ai benpensanti e ai distratti, ricorda come ai bambini  di 3-6 anni debbano essere date  regole semplici e chiare, che in realtà non sono altro che indicazioni educative per conciliare, con il passare degli anni e in maniera equilibrata, il tempo dello studio con i tempi dedicati al gioco ed alle attività alternative, ivi compreso Internet.

 

Sulla Triptorelina autorizzata nella disforia di genere. Parte seconda

Student uncertainty

Abbiamo già detto che attualmente, nei casi di pubertà precoce, sono considerati efficaci gli agonisti degli ormoni che rilasciano la gonadotropina, secondo quanto stabilito nel Consensus Statement dell’ESPE del 2009 (Carel et al., 2009). Gli analoghi del GnRH sono disponibili in diverse formulazioni, vie di somministrazione, dosaggio e durata d’azione. A oggi si utilizzano le formulazioni a lento rilascio, da somministrare ogni 28 giorni per via intramuscolare. Nella maggior parte dei bambini l’iniezione mensile sopprime adeguatamente l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, ma in alcuni casi si devono ridurre i tempi di somministrazione a 21 giorni o aumentare il dosaggio per una migliore soppressione del suddetto asse.

Il dosaggio degli GnRHa richiesto per la soppressione dell’asse non è standardizzato; infatti in USA si utilizzano dosaggi più elevati (7,5 mg/mese) mentre in Europa il dosaggio mensile utilizzato è di 3,75 mg/mese.  Inoltre, sono note formulazioni depot (non ancora in commercio) da somministrare ogni 3 mesi, utilizzati in trial clinici che hanno dimostrato pari efficacia rispetto alla somministrazione mensile (Klein e Yang, 2016; Zenaty et al., 2016). Probabilmente sarà possibile il loro utilizzo in età pediatrica nei prossimi anni (Polidori e coll., Prospettive in pediatria SIP, 2018, che parla di pubertà precoce da trattare quando si diagnostichi sotto gli 8 anni di età).

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha riconosciuto con nota 51,  il trattamento della pubertà precoce centrale con i farmaci triptorelina e leuprorelina e il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) ha espresso un “Parere sull’uso della  triptorelina”  in un comunicato stampa del luglio 2018 in merito alla richiesta dell’AIFA sulla eticità dell’uso del farmaco triptorelina per il trattamento di adolescenti con disforia di genere, parere  approvato nel corso della seduta plenaria del 13 luglio 2018.

La disforia di genere negli adolescenti è una condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, gravi disturbi dell’emotività e del comportamento, con autolesionismo ed elevata incidenza di suicidio. La prescrizione di tale farmaco per la disforia di genere è attualmente possibile secondo “la modalità delle indicazioni diverse da quelle autorizzate” (off label). Ciò significa che la decisione terapeutica, la predisposizione e l’assunzione del consenso informato sono affidati esclusivamente alla responsabilità del medico, senza la verifica da parte del CNB, la quale però raccomanda che: 1.  la diagnosi e la proposta di trattamento provengano da un’équipe multidisciplinare, specialistica; 2. il trattamento sia limitato ai casi in cui gli altri interventi psichiatrici e psicoterapeutici siano risultati inefficaci; 3. il trattamento preveda un consenso volontario e consapevole delle informazioni ricevute nelle idonee condizioni fisiche e psichiche; 4.  si preveda la formazione dei Pediatri, della Rete socio-sanitaria dell’ASL e delle Istituzioni scolastiche coinvolte. Il Comitato ha  anche raccomandato a) l’effettuazione di studi di sicurezza, efficacia e follow-up psico-fisico sui casi trattati; b)  l’attuazione di una politica di accesso equo e omogeneo alla triptorelina; c) la regolamentazione a cura dell’AIFA delle peculiari condizioni in cui è autorizzata la somministrazione del farmaco (accertata disforia di genere in adolescenza). Il documento, redatto da Laura Palazzani e Lorenzo d’Avack, è stato votato dalla maggioranza dei componenti del CNB presenti alla Plenaria con il voto contrario motivato di Assunta Morresi e l’astensione di Carlo Petrini (rappresentante delegato ISS) e Maria Teresa Palamara (rappresentante del CSS).

Perciò, nel ringraziare il nostro consigliere Alfio Cristaldi che ci ha segnalato il tema e la sua delicatezza, chiediamo al Presidente ed al Consiglio Direttivo della SIP di intervenire facendo chiarezza ,in base alle evidenze scientifiche, su un argomento quanto meno spinoso. Un giudizio nel merito deve pur essere rilasciato, anche se comprendiamo come sia difficile fornire chiarimenti univoci in una situazione così controversa e dibattuta. Ma proprio per questo anche la SIP dovrebbe esprimere il suo parere dopo avere analizzato e valutato  effetti e conseguenze di tale terapia, nell’interesse dei minori. Perchè, ad esempio, non redigere un protocollo operativo, curato  da endocrinologi pediatri, contenente le indicazioni d’uso della triptorelina che soltanto i centri specializzati (da individuare) dovrebbero poter prescrivere? (la)

“Terapie avanzate in pediatria: ricerca, sostenibilità e accesso alle cure” a Milano

Il 13 maggio si svolge il convegno “Terapie avanzate in pediatria: la ricerca, la sostenibilità e l’accesso alle cure”, organizzato dalla Società Italiana di Pediatria e Prospettive in Pediatria, presso il Palazzo delle Stelline, Milano.

Nel corso degli ultimi anni le sperimentazioni sulle terapie avanzate hanno dimostrato grandi potenzialità curative sia nei confronti delle malattie genetiche che delle patologie neoplastiche dell’infanzia. Una singola somministrazione di un farmaco di terapia genica o cellulare è infatti in grado di correggere definitivamente il fenotipo di una malattia ereditaria o portare alla remissione patologie oncologiche altrimenti non curabili. I primi farmaci di terapia genica sono stati approvati in Europa e negli USA e si prevede che altri arriveranno a breve. Queste terapie rivoluzionarie hanno dei costi elevati e aprono scenari nuovi sul tema della sostenibilità e accesso alle terapie per i pazienti. La sfida per il futuro non è più dunque solo se queste terapie saranno efficaci e sicure ma se, una volta approvate, saranno disponibili ai pazienti.

Scarica il programma

 

Brevi news dalla redazione ANABO

Purtroppo anche le prossime festività pasquali sono state funestate da notizie davvero preoccupanti in quanto la nostra società è sempre più violenta e non vi sono limiti ad una malvagità, che gli attuali strumenti non riescono a sconfiggere in quanto non è questione di leggi e pene, ma di cultura e di rispetto verso se stessi e verso il prossimo. Guardate i titoli di alcuni quotidiani, presi a caso. “Milano, rapine ad opera di adolescenti ispirate da un videogioco violento“, “Frosinone: bambino di 2 anni morto strangolato dalla madre… perchè faceva capricci“, ” Torino:droga (cocaina) a 13 anni“. Alla droga si stanno avvicinando sempre più gli adolescenti…quasi bambini. e ancor “Milano: ventenne picchia brutalmente un ragazzo disabile“. Ne abbiamo per tutti i gusti!!! Non resta che piangere, ahinoi!

Ma a farci tornare il sorriso vengono in aiuto un paio di notizie confortanti. Sono entrambe pubblicate sull’ultimo numero, anno 2019, della rivista AIRC-FIRC con lo slogan “rendiamo il cancro sempre più curabile: “Un passaporto per  gli ex bambini: Compie dieci anni l’idea di fornire a tutti i pazienti oncologici pediatrici un passaporto elettronico in grado di conservare tutti i dati e le informazioni riguardanti la loro salute. Si chiama European Survivorship Passport nato in occasione di un congresso svoltosi a Erice (TP) nel 2006: L’iniziativa nasceva dalla constatazione che un numero crescente di bambini era sopravissuto al cancro e che per loro il passaggio dal Mondo della Pediatria a quello della Medicina degli Adulti comportava molti problemi. A cominciare dal follow up fino alla cure eventualmente necessarie per patologie tardive derivanti dal tumore che li aveva colpiti da piccoli o dalle cure somministrate per guarirli” spiega  Riccardo Haupt promotore del progetto con altri. Il documento elettronico traducibile automaticamente in diverse lingue  tenendo conto della maggiore mobilità dei nostri giovani contiene i dati sul tumore primitivo e su cure e interventi subiti dal paziente in passato. Insomma una scheda anamnestica dettagliata. Il passaporto propone infine, sulla base di Linee guida internazionali, schemi per i follow up e suddivide gli esami di controllo tra raccomandati, potenzialmente utili e inutili in base alla storia del paziente”.

La seconda buona novella è che “I bambini in provetta non sono a rischio”. I nati con la riproduzione assistita non hanno un rischio di tumore più alto degli altri bambini. Lo dimostra uno studio olandese pubblicato su “Human Reproduction” che ha analizzato i dati relativi a 48mila bambini nati da fecondazione assistita seguiti fino all’età di 21 anni. Il rischio è paragonabile a quello dei bambini nati da donne con problemi di fertilità e a quello della popolazione in generale. Questo studio tranquillizza chi teme  che le manipolazioni a cui è sottoposto l’embrione nella fase di pre-impianto (o per gli ormoni somministrati alle madri) possano avere, a lungo termine, effetti in ambito oncologico.

Triptorelina, farmaco che arresta lo sviluppo sessuale. Prima parte 

Funny boy in glasses, looks at the camera from the bottom up. Cl

Alla riunione del Consiglio Direttivo dell’ANABO di lunedì scorso è stata sollevata la questione morale che coinvolge i prescrittori del farmaco anche dal punto di vista deontologico. Un anno fa se ne occuparono i giornali tra cui l’Avvenire con Luciano Moia e Graziella Melina che così  il 5.4.2018 titolavano  “Il caso. Gratuito il «farmaco gender» che blocca la pubertà”.  E già un anno fa la notizia aveva alzato un grande polverone.

Ma davvero la triptorelina arresta lo sviluppo sessuale negli adolescenti…in attesa del “cambio di sesso?” E  davvero l’Aifa ha varato il provvedimento nonostante i dubbi degli esperti?  “Sull’utilizzo di questo farmaco che permette di bloccare o ritardare lo sviluppo della pubertà nei preadolescenti con disforia di genere, in previsione della ‘riassegnazione chirurgica’ del sesso, la Comunità scientifica ha però espresso parere favorevole nonostante le polemiche scatenate dal via libera dell’Aifa. 

Ma allora, come funziona  il farmaco? Risponde Francesco Lombardo, membro della So. It. di Endocrinologia: “La Triptorelina tecnicamente  si definisce un agonista del GnRH,  ormone di rilascio delle gonadotropine prodotto dall’asse ipotalamo-ipofisario con produzione di FSH e LH,  che a loro volta stimolano la produzione di ormoni ed ovociti nella donna ed ormoni e spermatozoi negli uomini. La terapia inibisce la secrezione delle suddette gonadotropine  mediante una iniezione al mese da ripetere per 1-2 anni. Il  farmaco non induce il cambio dei caratteri ma è un ‘bloccante’ utilizzato nei casi in cui i minori hanno una grave disforia di genere con depressione e tentativi di suicidio”.

Il quesito era ed è davvero sconvolgente. Esistono motivi terapeutici per bloccare lo sviluppo puberale a un adolescente somministrando in modo prolungato la triptorelina? Maurizio Bini, ginecologo-andrologo che da anni dirige l’ambulatorio per la “transizione di genere” e il Centro per la fertilità dell’Ospedale Niguarda di Milano e che ha trattato migliaia di casi, ha detto  che in una sola occasione ha ritenuto di usare questo farmaco. Quindi. statisticamente l’incidenza di tali casi è davvero bassa, perciò  il suo utilizzo è così delicato che, d’accordo con i direttori degli altri centri lombardi di interesse nazionale è stato deciso di usarlo solo dopo un consulto collegiale. Nessuno può prendersi da solo la responsabilità di bloccare lo sviluppo sessuale di un adolescente se non per motivi davvero gravi e importanti».

Ed  invece si stanno creando le condizioni perché avvenga proprio il contrario. Avendo l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) dato il via libera all’utilizzo ordinario della triptorelina per i disturbi della cosiddetta disforia di genere, con il  provvedimento pubblicato in Gazzetta Ufficiale, l’uso del farmaco è ora a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Vuol dire che un solo trattamento di sei mesi – il minimo per ottenere gli effetti desiderati – costerà 1.200 € ai contribuenti mentre nei casi più complicati e controversi, in cui si deve bloccare lo sviluppo della pubertà anche per due, tre o più anni, si triplica la spesa. Ma questa è davvero l’unica terapia per affrontare i problemi legati alla disforia di genere? La questione è controversa e tutt’altro che chiarita perchè nel quadro delle disforie di genere  rientrano le patologie della differenziazione sessuale (circa 1 neonato su 5mila) per cui gli organi genitali sono ambigui o presentano gravi difetti nello sviluppo anatomico. Vi è una gamma molto ampia di varianti che in alcuni casi può essere risolta dal chirurgo, in altri presenta complessità tali da rende necessari accertamenti cromosomici e ormonali accurati. I pediatri esperti (e sono pochissimi) in queste patologie  le definiscono “malattie rare”.

Altri problemi nascono poi, quando compaiono  i disturbi dell’identità di genere, una sindrome dalle cause incerte in quanto si oscilla dalle teorie biologiche a quelle psicosociali  e che colpisce 1 soggetto su 9mila. Ma quando la sofferenza è così profonda da non lasciare altre possibilità terapeutiche, quando una persona si sente davvero imprigionata in un sesso biologico che sente diverso rispetto a quello psicologico, la L. italiana del 14 aprile 1982 prevede la possibilità della cosiddetta “transizione sessuale”. Percorso di grande sofferenza perché investe, oltre a quelli organici, aspetti psicologici, etici e religiosi. Ed oggi un Centro d’eccellenza come quello di Niguarda che trattava poche decine di casi l’anno, ha visto aumentare le richieste di dieci volte con  i giovanissimi  in prima linea. Lo stesso capita negli altri ambulatori italiani, dove il SSN offre la possibilità di questa terapia. Il farmaco in questione non sembra aver effetti collaterali e potrebbe tranquillizzare il fatto che i suoi effetti sono reversibili.

Sono sempre più numerose le persone affette da sofferenze psichiche di vario genere che si illudono di risolverle con la “transizione sessuale”. Per evitare rischi e delusioni, la legge prevede severi accertamenti costituiti da test psicologici  e da verifiche ripetute.  Infatti bloccare lo sviluppo puberale in attesa che arrivi il momento della transizione presuppone il convincimento che quell’adolescente cambierà sicuramente sesso; però il  medico non può affermarlo con certezza, uno o due anni prima». E poi, fino a che punto è lecito giocare con la salute sessuale degli adolescenti? E chi può escludere che un utilizzo su vasta scala non finirà per rivelare aspetti finora insospettabili, anche sgradevoli? Da qui tutti gli interrogativi legati all’utilizzo della triptorelina e, soprattutto, al suo inserimento  tra i farmaci a carico del SSN. Questo riportava l’Avvenire. Fine parte prima

TG Pediatria DiRE, Agenzia di stampa nazionale: notizie in breve

CURE PALLIATIVE PEDIATRICHE: APPROVATA INDAGINE CONOSCITIVA

Solo il 10% dei circa 35.000 bambini italiani bisognosi di cure palliative riescono a trovare una risposta adeguata ai loro bisogni. Partendo da queste criticità, la Commissione Affari Sociali della Camera ha svolto un’indagine conoscitiva i cui risultati sono stati approvati all’unanimità. L’indagine ha evidenziato una carenza a livello nazionale di 244 posti letto in hospice e la situazione appare fortemente disomogenea. Il lavoro auspica, inoltre, ad arrivare ad una nuova concezione delle cure palliative, che non dovrebbero essere interpretate esclusivamente come cure di fine vita, ma anche come cure da somministrare a un malato inguaribile e complesso.

ENURESI, SIP: NE SOFFRE 10-15% BIMBI 5 ANNI, FORMARE PEDIATRI

Si può parlare di enuresi (emissione involontaria di urina) a partire dall’età di 5 anni, quando l’incidenza del disturbo raggiunge dal 10 al 15% dei bambini. Percentuali che calano fino all’1-2% dei minori in età adolescenziale e oltre. Punta sulla formazione Pietro Ferrara, presidente laziale della Soc. Italiana di Pediatria, che porterà il tema al 75esimo congresso di Pediatria della Sip a Bologna, dal 29 maggio all’1 giugno.

RISCHIO CARDIOVASCOLARE: CONTROLLI GIÀ A 9 ANNI

Introdurre nelle scuole gli screening sul rischio cardiovascolare potrebbe far intercettare preziosi campanelli di allarme. Ne è convinta la SIMA, riprendendo un piccolo studio pilota sul Journal of Pediatrics di marzo 2019, in cui sono stati sottoposti a controlli 45 studenti di seconda terza media in Ohio. Oltre il 40% era sovrappeso o obeso, circa un terzo presentava livelli anomali di colesterolo o glicemia e quasi la metà era iperteso, mentre due ragazze, asintomatiche, avevano livelli di emoglobina Alc all’interno del range diabetico. Intanto le principali società scientifiche americane di pediatria e diabete raccomandano controlli di indice di massa corporea, pressione arteriosa, colesterolo e glicemia a partire dai 9-11 anni.

La nostra redazione ringrazia gli amici e colleghi di DiRE

Lesioni dermatologiche: parte seconda

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Proseguiamo oggi con un secondo ciclo di osservazioni cercando di completare l’esame  delle principali lesioni dermatologiche che rappresentano, non di rado,  un rompicapo anche per i pediatri più navigati;  le lesioni  sono importanti da diagnosticare perchè rappresentano  una risposta della pelle,  fondamentale per la nostra salute in quanto mantello protettivo con la funzione di difenderci dalle aggressioni esterne e da agenti irritanti o portatori di infezioni (tossine, batteri, virus, miceti)  o dalla  perdita di liquidi.  Perciò ci sembra giusto andare avanti in questa elencazione.

Che cosa sono le vescicole?… sono quelle della varicella (da herpes zoster o VZV) per intenderci. Si tratta di lesioni circoscritte e rilevate a contenuto liquido. Se il diametro è superiore a 0,5 cm si deve parlare di bolle come nel pemfigo bolloso oltremodo pruriginoso, il cui contenuto è inizialmente limpido ma poi anche ematico. Molte volte la parete della vescicola è così sottile da far trasparire il liquido in essa contenuto, di colore giallastro. Le vescicole, intradermiche o intraepiteliali,  possono essere visibili anche nell’eczema con edema intercellulare che i dermatologi chiamano “spongiosi”. Inoltre le vediamo anche nella dermatite atopica grave in cui le numerose vescicole producono una vera e propria eruzione essudativa.  Le pustole sono vescicole contenenti leucociti; possono essere sterili o infette; le pustole follicolari, con un pelo al centro, sono proprie dell’acne negli adolescenti. Le croste poi si formano quando l’essudato della superficie cutanea si secca; il loro colore cambia in base al contenuto essiccato; se è plasma il colore è giallastro, se l’eczema è infetto e pustoloso, il colorito sarà verdastro.

Le escoriazioni sono causate dalla rottura delle vescicole o bolle, per la perdita parziale e circoscritta di epidermide, assumendo l’aspetto di una lesione umida, leggermente depressa. L’escoriazione o erosione guarisce di solito senza lasciare cicatrici ma può far cambiare colore alla pelle se danneggia i melanociti. Le escoriazioni lineari sono erosioni prodotte dal grattamento. Le ulcere si verificano quando la sostanza perduta interessa anche lo strato superiore del derma; le ulcere cicatriziali possono essere la conseguenza di un eczema infetto. Invece le fissurazioni sono ulcere lineari, molto dolorose che si possono vedere agli angoli della bocca dei bambini con eczema atopico. Tali incisure possono essere presenti anche alle mani e ai piedi la cui pelle appare secca e desquamante tanto che possiamo essere indotti a sbagliare, confondendoci con una micosi.

La lichenificazione è dovuta ai cheratociti che proliferano facendo aumentare il numero delle cellule cheratinizzate nello strato corneo. Appare come un ispessimento cutaneo, a superficie piana, più o meno circoscritto e lievemente desquamante. La cute appare pallida, secca, con caratteristica quadrettatura accentuata. E’ caratteristica della dermatite atopica in cui si assiste a un grattamento continuo, diremmo quasi cronico.

L’atrofia della cute interessa sia l’epidermide a causa dell’effetto antimitotico di alcuni farmaci che il derma sottostante per la ridotta formazione di collageno. Si può verificare dopo terapia locale con pomate a base di steroidi o dopo il loro uso sistemico. (Fitzpatrick, Dermatology in general  medicine)

Abbiamo citato la dermatite atopica e qui, dopo l’esame delle varie lesioni cutanee, volevamo arrivare, l’avrete capito. Ebbene, dal punto di vista esclusivamente dermatologico, possiamo definirla un eczema atopico che colpisce frequentemente i bambini (dal 10 al 20%); è una malattia infiammatoria della cute iper-reattiva, che ha un decorso cronico, recidivante ed è accompagnata da prurito intenso che viene disperatamente lenita attraverso il dannoso, continuo grattamento. Inizialmente la lesione è essudativa, poi si passa alla fase secca (xerosi) e quindi alla lichenificazione. 

La patologia inizia nel 60% dei casi  nel neonato  o nel bambino entro il primo anno di vita e nell’85% del totale dei bimbi nei primi 5 anni; nel 30-50% dei casi può guarire spontaneamente, verso i 3-4 anni per ritornare dopo i 35 anni come asma/rinite allergica/congiuntivite. C’è una storia familiare di sola dermatite atopica (nel 30%) o di rinite allergica, asma o dermatite nel 70% dei familiari.

L’etiopatogenesi è sempre multifattoriale: un maggior numero di piccoli pazienti (70-80%) sviluppa anticorpi IgE specifici verso i comuni allergeni alimentari, inalanti o ambientali (forma estrinseca). Ma a differenza delle altre due patologie (rinite e asma) la reazione antigene-anticorpo nella dermatite atopica non è considerata la causa principale dei sintomi cutanei;  infatti nel 20-40% dei  casi la d.a. non è associata alla presenza di IgE specifiche (forma intrinseca). Insomma si tratta di una patologia multifattoriale in cui entrano fattori genetici (familiarità) e ambientali: 1) fattori immunologici rappresentati dagli allergeni alimentari, inalanti o microbici; 2) fattori non immunologici per esposizione della cute agli agenti irritanti, per stress psichico e nei casi in cui si creano le condizioni che fanno aumentare la temperatura del corpo, come sudorazione o attività fisica (da Pession). Dal punto di vista clinico, sappiamo che nei primi 2 anni prevalgono lesioni acute come eritema, papule, vescicole, essudazione, escoriazioni…(ed ora ci intendiamo perchè le abbiamo esaminate insieme)  sopratutto localizzate alla fronte, mento, aree retroauricolari, guance, regioni estensorie degli arti; mentre nelle età successive le lesioni sono più secche e lichenificate con interessamento delle mani, polsi caviglie, superfici flessorie degli arti in particolare nel cavo popliteo, cioè dietro le ginocchia.  La diagnosi differenziale deve essere fatta con la dermatite seborroica o erpetiforme, con psoriasi, scabbia, orticaria, dermatite da contatto, impetigine, eruzioni da farmaci e affezioni più rare che tralasciamo.(la)